IN CIMA ALLA COLLINA
ANGELA DAVIS
La grande villa bianca in cima alla collina non era lontana dal nostro rione, ma la distanza non si poteva misurare a isolati. Il quartiere di case popolari sull'Ottava Avenue , dove abitavamo prima, era una strada fitta di piccole costruzioni in mattoni rossi, tutte uguali. Ben di rado il cemento che circondava quelle catapecchie in mattoni si apriva su qualche respiro di verde. Senza spazio né terra, non si poteva far crescere nulla che desse frutto o fiore. Ma c'erano amici, e amicizia. Nel 1948 traslocammo dalle case popolari di Birmingham, a una grande casa di legno in Center Street. I miei genitori ci vivono ancora. Le guglie, gli spioventi del tetto, la vernice scrostata avevano dato alla casa la fama di essere frequentata dagli spiriti. C'era sul retro una vegetazione incolta di alberi di fico, cespugli di more e grandi ciliegi selvatici. Da un lato cresceva un immenso albero di catalpa. C'era una quantità di spazio, laggiù, e non c'era cemento. La strada era solo una striscia di argilla rosso - arancione dell'Alabama. Era la casa più vistosa del vicinato, non solo per l'architettura bizzarra, ma perché era l'unica, per interi isolati all'intorno, a non trasudare ostilità bianca. Eravamo la prima famiglia di Neri ad essersi trasferita in quella zona, e i bianchi erano convinti che fossimo l'avanguardia di un'invasione di massa. A quattro anni sapevo già che la gente al di là, della strada era diversa, senza saper ancora attribuire la loro diversità al colore della pelle. Ciò che li rendeva diversi dai nostri vicini delle case popolari era il cipiglio, il modo in cui si tenevano lontani tre metri da noi fissandoci torvamente, il rifiuto di rispondere quando auguravamo " buongiorno " . Due coniugi anziani sull'altro lato della strada, i Montee, se ne stavano seduti sulla loro veranda con gli occhi pieni di ostilità. Quasi subito dopo il nostro trasloco, i bianchi si riunirono per fissare un confine tra loro e noi. La linea di demarcazione fu Center Street. Purché ci tenessimo dal "nostro " lato della linea (quello a est), ci mandarono a dire che ci avrebbero lasciati in pace. Ma se osavamo sconfinare dalla loro parte, avrebbero dichiarato guerra. In casa tenevamo nascosti dei fucili, e la vigilanza era continua. A meno di cinquanta metri da tutto quell'odio, trascorreva la nostra esistenza quotidiana. Mia madre, in aspettativa dall'insegnamento, si occupava di mio fratello minore Benny ed era in attesa di un altro figlio, mia sorella Fania. Mio padre guidava ogni giorno il furgoncino arancione fino al distributore di benzina, dopo avermi lasciata al nido d'infanzia. Il nido era accanto all'ospedale dei bambini, un vecchio edificio di legno dove ero nata e dove a due anni mi avevano tolto le tonsille. Ero affascinata da quella gente in camice bianco, e cercavo di passare più tempo all'ospedale che all'asilo. Avevo deciso di fare la dottoressa, e di curare i bambini. Nel settembre del 1949 Fania aveva appena compiuto un anno, e mio fratello Benny stava per compierne quattro. Ormai avevo trascorso tre anni a giocare agli stessi giochi all'asilo e a curiosare nell'ospedale lì accanto, ed ero matura per qualcosa di nuovo; così avevo chiesto di andare in anticipo alle elementari. Il lunedì dopo il Labor Day, col mio vestitino scozzese rosso, rigido tant'era nuovo, salii sul camioncino di mio padre, impaziente di affrontare la mia prima giornata alla scuola dei grandi. Mia madre, maestra elementare, mi aveva già insegnato a leggere, a scrivere e a far le prime operazioni d'aritmetica. Ciò che imparai in prima elementare fu assai più importante delle nozioni scolastiche. Imparai che per il semplice fatto di avere fame non si ha diritto a un buon pasto ; né, quando si ha freddo , a vestiti pesanti, o quando si è ammalati, ad essere curati. Molti bambini non potevano neppure comperarsi un sacchetto di patatine per pranzo. Era una tortura, per me, vedere alcune delle mie più care amiche aspettare in silenzio fuori della sala di refezione guardando gli altri mangiare. A lungo meditai su quelli che mangiavano e quelli che stavano a guardare. Alla fine decisi di intervenire. Sapendo che mio padre tornava ogni sera dalla stazione di servizio con un sacchetto di monete, che di notte lasciava in un armadietto in cucina, una sera rimasi sveglia finché tutti in casa furono addormentati. Poi, sforzandomi di vincere la terribile paura del buio, sgusciai in cucina e rubai alcune monete. Il giorno dopo le diedi alle mie vecchie amiche affamate. Il morso della loro fame era assai più categorico dei miei rimorsi di coscienza. Dovevo soltanto adattarmi all'idea di aver rubato del denaro a mio padre. Il mio senso di colpa fu ulteriormente attenuato dal ricordo che mia madre portava sempre qualcosa ai bambini della sua classe. Prendeva i nostri abiti e scarpe - a volte ancora prima che ci fossero diventati stretti - e li dava a chi ne aveva bisogno. Come mia madre, quel poco che diedi lo diedi in segreto, senza chiasso. Mi dicevo che se c'erano dei bambini affamati doveva esserci qualche sbaglio, e che se non facevo qualcosa per rimediare sbagliavo anch'io. Fu questo il mio primo contatto con le differenze di classe. Noi eravamo i " non - così - poveri". Prima dell'esperienza scolastica credevo che tutti vivessero come noi. Noi potevamo contare su tre sostanziosi pasti al giorno. Io avevo vestiti per l'inverno e per l'estate, vestiti di tutti i giorni e persino qualche abito " della domenica". Quando le suole delle scarpe cominciavano a mostrare i buchi, anche se poteva capitare che per un po' si tappassero col cartone, alla fine si andava in centro a comprarne un paio nuovo. Al nostro reddito familiare contribuivano mia madre e mio padre. Prima che nascessi, papà si era valso del suo sudato diploma universitario, per avere una cattedra di storia alla Parker High School. Ma in quegli anni la vita era particolarmente dura, e il suo stipendio non avrebbe potuto essere più basso di così. Allora decise di comprare un distributore di benzina nella parte Nera del centro di Birmingham. Mia madre, che come mio padre era di origini molto povere, si era pagata anche lei gli studi superiori lavorando, e aveva trovato da insegnare nelle scuole elementari di Birmingham. I due stipendi sommati non ci permettevano certo di scialare, ma bastavano per vivere ed erano assai più del guadagno medio di una famiglia Nera del sud. I miei erano riusciti a metter da parte abbastanza per comprare la vecchia casa sulla collina, ma per anni dovettero affittarne il piano superiore per pagare le rate del riscatto Finché non andai a scuola non mi resi conto che era stata un'impresa sbalorditiva. Allora come oggi, prevale il mito che la povertà è la punizione della pigrizia e dell'indolenza. Se non hai niente al tuo attivo, vuoi dire che non hai lavorato abbastanza sodo. Sapevo che mio padre e mia madre avevano lavorato sodo: papà ci raccontava di quando faceva ogni giorno dieci miglia a piedi per andare a scuola, e anche mia madre aveva il suo repertorio d'aneddoti sulla vita dura che aveva vissuto da bambina nel piccolo paese di Sylacauga. Ma sapevo che avevano avuto fortuna. Non sarei stata così angustiata dalla povertà e dallo squallore che vedevo intorno a me se non avessi potuto paragonarlo alla relativa. agiatezza del mondo dei bianchi.
( da Angela Davis, Autobiografia di una rivoluzione, trad.di E. Brambilla, Milano, Garzanti, 1975).