LA FABBRICA E UNA BAMBINA
Sibilla Aleramo
Avevo dodici anni. Nel paese, che si decorava del nome di città, non esistevano scuole al disopra delle elementari. Un maestro chiamato a darmi lezione fu presto congedato perché incapace d'insegnarmi più di quel che sapevo. Nelle ore calde del meriggio, sola nella stanzuccia della vasta casa, che avevo eletta a mio studiolo, gettavo, ma senza entusiasmo, qualche occhiata sui grossi manuali di fisica e di botanica e sulle grammatiche straniere datemi dal babbo; uscivo sull'alto balcone, guardavo giù nella piazza gli .sfaccendati presso la farmacia o dinanzi al caffè, qualche contadina oppressa da pesi inverosimili , qualche ragazzo sudicio che inveiva contro qualche altro in un linguaggio sonoro ed incomprensibile. In fondo alla piazza il mare luceva. Due ore avanti il tramonto si disegnavano, lontane lontane, le vele delle paranze di ritorno dalla pesca: s'avvicinavano, si colorivano di rosso e di giallo, arrivavano una dietro l'altra, e il tumulto delle voci dei pescatori giungeva spesso fino a me; distinguevo il grido ritmico di quelli che traevano la barca alla riva. Scendevo, mi recavo nel vasto recinto presso la strada ferrata, dove lo stabilimento andava sorgendo con rapidità sorprendente e dove il babbo passava quasi tutte le sue ore. Egli mi dava talvolta dei piccoli ordini che eseguivo trepidando, con scrupolosa esattezza. "Mi aiuterai anche più tardi, quando tutto sarà sistemato; sarai la mia segretaria, vuoi?…". Lottava in me l'antica timidezza con un nuovissimo impulso di audacia indipendente. Forse il babbo voleva compensarmi dell'aver troncati gli studi. Una specie d'orgoglio anzi, inavvertito, mi penetrava, la vaga coscienza di prender contatto colla vita, d'aver dinanzi uno spettacolo, più vario e più interessante d'ogni libro. Degli operai, de' bei contadini abbronzati che venivano dalla campagna ad offrirsi come manovali, delle ragazze, che salivano agili sui ponti di costruzione coi secchi di calce sul capo, mi sorridevano, ed io sentivo verso di loro una curiosità piena di simpatia ; ne ripetevo ai fratellini i pittoreschi soprannomi, e mi chiedevo se avrei mai osato essere per loro una padrona, come ero colla donna di servizio. Il babbo, sì, si palesava uomo di comando, inflessibile e onnipotente, meraviglioso e d'energia. Quando certe sere, dopo il pranzo, uscivamo un po' con lui, la mamma e noi figliuoli, per lo stradone maggiore del paese la gente ci osservava dalle soglie con un misto di ammirazione e di timore. Trovavano alla mamma un viso da madonna, e voci femminili le mormoravan dietro benedizioni per i suoi bambini. Ella ringraziava col sorriso mite, piccola e fine nel suo vestito quasi dimesso. Mi sembrava contenta anche lei in quei momenti; era ne' suoi occhi come una riverenza verso il compagno rivestito così d'un nuovo fascino. Ricordo una mia fotografia dell'anno dopo. Ero già in fabbrica come impiegata regolare. Indossavo un abbigliamento ibrido, una giacchetta a taglio diritto, con tanti taschini per l'orologio, la matita, il taccuino, sopra una gonnella corta. Sulla fronte mi si inanellavano, tagliati corti, i capelli, dando alla fisionomia un'aria da ragazzo. Avevo sacrificata la mia bella treccia di riflessi dorati cedendo alla suggestione del babbo. Quel mio bizzarro aspetto esprimeva perfettamente la mia condizione d'allora. Io non mi consideravo più una bimba, né pensavo di esser già una donnina: ero un individuo affaccendato e compreso dall'importanza della mia missione; mi ritenevo utile, e la cosa mi dava un'illimitata compiacenza. In verità, portavo nell'esecuzione dei lavori che il babbo m'aveva assegnato una lealtà assoluta e una forte passione. M'interessavo quanto lui alle piccole e grandi vicende dell'azienda, e, mentre non mi annoiavo allineando cifre per ore e ore sui registri, mi divertivo come ad un gioco stando fra gli operai, osservandoli nelle aspre fatiche e chiacchierando con loro durante gli intervalli di riposo. Eran molti, più di duecento; una parte, che veniva dal Piemonte, si alternava ai forni giorno e notte, e gli altri, del paese, si agitavano continuamente nei vasti cortili e sotto le tettoie. Tutta quella gente non mi amava forse, ma certo sentiva piacere nel vedermi comparire all'improvviso col mio piglio un po' brusco; un piacere che si traduceva in atteggiamenti più spigliati, più conformi all'ideale del lavoro giocondamente accettato. Mi trovavano giusta, assai più di mio padre, e cercavano di accaparrarsi la mia benevolenza con ingenue adulazioni, perché io influissi a loro vantaggio su l'uomo che li faceva tutti tremare. Ma io sapevo che inutilmente avrei tentato di modificare la disciplina ferrea del babbo; ed ero inoltre persuasa ch'essa fosse necessaria. Non badavo quindi che a render accetto quel padrone, anche coll'esempio della mia obbedienza. E forse il babbo se ne avvedeva. Pel breve tratto fra la fabbrica e la nostra casa, egli mi parlava con un'inflessione di voce ch'io sola gli conoscevo, non dolce, non tenera, ma esprimente il riposo, l'attimo di sosta e di abbandono. Mi confidava: "Bisognerà tentare questo e quest'altro... Allora potremo aumentare un poco i salari " Pareva anche domandare il mio avviso. Ed io pensavo alla felicità di trovar pur io qualche cosa di nuovo da suggerirgli. La fabbrica diventava per me, come per lui, un essere gigantesco che ci strappava ad ogni altra preoccupazione, che ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva amare; angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre credevamo di esserne i dominatori.
( da Una donna, Feltrinelli, Milano)