A SCORZADENARO.
Damiano Seidita era un uomo alto, vigoroso, aitante della persona,
complessione robusta, avrebbe potuto fare il guarda-portone in un palazzo, ma era castaldo
di Santi e Michele Saitta nel loro fondo in contrada Scorzadenaro a due miglia di Palermo,
e nelle vicinanze di Monreale. Quando venne ad allogarvisi come custode, trovò cosa che
lebbe a stordire: i padroni pagavano una forte somma annuale alla Cavalleria di
porta Montalto, e propriamente al loro capo squadrone, Salvatore Amoroso perchè venisse
garentita la sicurezza della produzione delle terre. - Dove cè Damiano, aveva
esclamato il nuovo castaldo, non vi sono sopercherie di sorta! - E indusse i padroni a
risparmiare quel tributo di cinquantonze annuali.
La cavalleria, lorché ebbe sentore di quella risoluzione e vide i Saitta nel fatto tener
duro a snocciolare il censo, provò come una scossa violenta, un tremito nervoso; chè
oltre a vedersi sfuggire quei cespite ordinario ci discapitava in riputazione, e la mafia
sopra tutto doveva tenere alto il volto ed insolente; epperò il sangue ribollì, quindi
fece capolino la riflessione ed il calcolo, e pel momento soprastette ed inghiottì la
pillola amara. Essa comprendeva che con quelluomo ardito, impavido, freddo, non
cera da rintuzzare alla leggiera, che sarebbe bastato un bruscolo per far moresca.
Pertanto si misero in pratica le buone maniere, lo si volle consigliare ad abbandonare la
custodia del fondo e ad allontanarsi dalla contrada, ma fu fiato sprecato; il Damiano che
non era uomo da lasciarsi rimuovere, tenne duro come un macigno, ed allora la cavalleria
sinfinse di non badarvi più che tanto e la quistione parve assopita. Così stando,
a lungo andare il castaldo cominciò a credersi quieto, sicuro, nel fondo affidatogli, con
la sua moglie Filippa, coi suoi vispi fanciulli che amava con tutta quella tenerezza di
cui era suscettibile, e che ribaciava le mille volte in una ora, e coi quali passava la
lunga giomata dellozio giuocherellando e sollazzandosi e spesso facendosi
anchesso a sua volta fanciullo. E questa placida tranquillità veniva sempre più
afforzandosi in lui dal pensiero che un suo amicone, un cotal Salvatore Meraviglia, legato
in amicizia agli Amoroso, di tempo in tempo soleva capitare nel suo casolare a far quattro
chiacchiere ed a bere allegramente alla sua tavola un bicchier di quel buono; donde
ne conseguiva che in fondo questi poteva ben considerarsi un anello intermedio, una
salvaguardia, che alle evenienze avrebbe saputo rappattumare i contrari interessi delle
parti, e intervenire a mitigare gli odi ed i propositi ostinati e violenti, senza venire
al sangue.
E la sera del 19 giugno 1878 lasciava il Damiano; in una gioconda serenità danimo.
I due fanciulli correvano lungo i viottoli del giardino inseguendosi, gridando, facendo un
lieto frastuono. Il grandicello aveva acciuffato il più piccolo, ed ora lo tirava dalla
camiciuola che gli usciva da dietro la spaccatura dei calzoncini, e laltro
riprendeva a correre e a ricorrere come puledro, ridendo festosamente. Il padre seduto
sopra un tronco dallalbero rovesciato, guardava la scena estasiato e sorridente, ed
il pensiero con, vaghezza gli correva a un tempo avvenire, quando fatti grandicelli
avessero preso un mestiere meno ingrato del suo che lo condannava continuamente a
sorvegliare quel recinto esposto alla mano avida dei mariuoli. Di tratto il cuore gli
saltava sino alla fontanella della gola, lorchè i fanciulli prendevano la rincorsa per
slanciarsi con furia, temendo qualche ammaccatura, e li ammoniva: - State allerta!
sol che vi smucci un piede in codesti sassi, e vi fiaccherete il collo. Finitela!
Ma era come se parlasse ai sordi, ciascuno di quei monellini tirava la sua, facendo cento
diavolerie per tutte le siepi, non potendo stare fermi cinque minuti con
quellargento vivo indosso.
I pettirossi fuggivano dai rami, pur salutando coi loro solfeggi gli ultimi raggi del
sole, i quali dardeggiavano sul vicino colle di Monreale, e lasciavano su nel cielo una
striscia rossiccia che pareva fatta con un pennello intinto nel sangue e il riflesso di
quella luce cadeva sui capelli biondi, ricciutelli, delle due innocenti creature, che mai
non si stancavano e li rendeva più leggiadri e più belli, come spiccanti da uno sfondo
di amore. Filippa, la moglie dì Damiani, apparve sotto il pergolato vicino, prese la
brocca chera dietro un cespuglio e venata per terra lacqua che cera, si
avviò al pozzo davanti la casipola. E nel frattempo, al canto degli uccelli che
rientravano nei loro nidi, era succedutto il ronzio degli insetti, ed allaria
tiepida del tomo, la brezza leggiera che portava un effluvio di zagara reso più acuto nel
tempo in cui se ne scuotono gli alberi.
Damiano volle porre un termine al divagaiento dei fanciulli che minacciava di non averne,
e: - Ora basta, gridò loro; siete stanchi abbastanza ubbidite, fate cuccia lì. Sentite
suonar lAve Maria, lo sentite il don don? Segnatevi i miei bimbi! - Ma non aveva
detto ciò, che il piccoletto correndo stramazzo su pei cespugli, e dopo una lunga
sospensione, ruppe in pianto.
- Me lo figurava che doveva finire così, disse la Filippa tornando con la brocca ripiena
dacqua; non trovano chiete che quando si rompono il collo. - E corse col marito a
sollalzare da terra il fìlgiuoletto rimasto attaccato in mezzo allerba ed ai
virgulti, come un uccello nei panioni.
-Questi bimbi non si sa come raddurli, vengono su male.Cominciano a saltarellare e non
ismettono più. Già, senti, Miano, tu non ci badi, a me questi giuochi non mi garbano,
fìniscon male. Ne hai la prova.
Damiano lo prese sulle braccia, cercò rabbonirlo, dandogli una bella melarancia colta
allalbero vicino, se lo baciò e ribaciò le cento volte, sin che il bambino
piagnucolando e piagnucolando sempre andò ad addormirsi tutto abbandonato sulla spalla
patena come sopra più sicuro, il più soffice letticciuolo di questo mondo: indi lo
adagiò sullerba a piè di un antico gelso moro sempre con la malarancia stretta
forte nelle manuzze. Anche il grandicello a breve andare, stanco, accasciato, sfinito,
si lasciò vincere dal sonno, e da sè distesosi allato del fratellino, chiuse molle
molle gli occhi dopo avere lasciato nellincerta luce crepuscolare un lungo sguardo
damore sul padre, rimasto lì in piedi a rimirarseli entrambi con una ineffabile
tenerezza che gli diffondeva in volto un lieve sorriso di compiacimento. Due grossi cani
sguinzagliati leccando per ogni dove le paffute facciuzze di quelle creaturine, compivano
il quadro che abbiamo tentato di sbozzare.
-Benedetti fanciulli, disse il padre chiamandosi a baciarseli un ultima volta; benedetti
fanciulli, si vogliono un bene dellanima
Ma già crescono insieme come due
bottoncini di rosa in uno stesso stelo.
-Ho paura che allaperto, osservò la madre pur rimirandoli non si ammalino. In aria
cè sempre umidore che fa male ai corpicciuoli.
-I bambini sono come le olive, chiuse nelle stanze muffano e allaria sana buttano
fuori lumore che hanno addosso, e lolio riesce più fino. Del resto domani
aveva intenzione costruire bella tenda sotto questo gelso.
-E dove vai a pescare la tela?
-Non ci pensare, ho diggià aocchiato un fascio di canne laggiù.
Intanto per stanotte non diamocene pensiero. E una notte di
incanto.
-Cè luna piena, mutò Filippa guardando a sua volta.
Infatti quelle poche nubi sanguigne eransi dileguate. Il cielo era dun azzurro cupo
stupendo, ogni dove vi tremolavano le stelle duna luce fulgidissima. La luna era
già in alto in tutta la sua magnificenza: si sarebbe detto un grandocchio aperto in
alto perché il cielo spiasse attentamente le notturne infamie dalla terra.
-Or va, Filippa, e buon sonno; io mi sento aggranchiato e vosciorre le gambe.
-Addio Miano. Là tho posta la brocca caso che i bambini ti chiedano
dellacqua. Addio.
Il castaldo Damiano, labbiamo detto, era un uomo ardito, vero tipo di guardia
campestre, conoscitore della contrada, del podere affidatogli in custodia, di ciascuno
degli alberi e delle piante; discerneva i siti, le ore proprie in cui poteva commettersi
una ruberia, e il genere degli individui capaci a commetterla, e quando il momento lo
richiedeva, avea laccortezza della volpe. la vista della lince, lodorato del
bracco, il pie leggiero del camoscio:ma a queste rare doti univa un difetto o un pregio se
si vo-gia: egli non sapeva attribuire al suo simile un, vile atto di tradimento, non
essendone lui capace, epperò nellanimo suo aveva cosi fermamente fitto il concetto
che un uomo quando ha un po di cuore si fa incontro a viso aperto ad un
altruomo a soste-nere la ragione per un torto patito, per una offesa ricevuta, che
invece supporre un diverso procede era per lui quasi impossibile o almeno assai difficile
e raro.
Del rimanente non partigiano non accattabrighe misconoscente di esercitare un sopruso o
unangheria, aveva riputato che quando un uomo si appiglia al retto , al giusto,
allonesto,ha abbastanza esperienza della vita ,e non ha nulla a temere dai malvagi.
Accanto a suoi doveri verso coloro che lo pagavano,le notti stava sempre vigilante,attento
a misurare coi suoi passi tutto il muro di cinta, or fermandosi sotto un albero
frondoso,or in uno speco di muro, sempre allombra,allo scuro,sbirciando il terreno
in ogni verso, origliando se mai udisse sgroscio insolito di pampini,o lo stropiccio di un
piede.
Lasciati i fanciulli alla custodia dei cani,suoi vecchi e fedeli amici, egli scorrazzava a
dunque quella notte lunata in lungo e in largo nel podere,muto e silensioso,soffermandosi
di ora in ora loro fiammelle biancoazzurrognole che gli capitavano erranti a guardare con
giovanile vaghezza le lucciole che mostravano le sotto i piedi; e talvolta, quando
giungeva al suo orecchio un lieve fruscio, si poneva sotto un grosso gelso frondoso, in
attesa di conoscere distintamente il rumore se seguisse: ma spesso era lo stormire delle
frasche al correre veloce di qualche animaluccio che vi strisciava, e quindi proseguiva
landare pei viottoli, per venire in fine ad una lunga sosta presso i fanciulli
saporitamente appisolati alluniforme ed instancabile gracidio dei ranocchi; presso i
fanciulli, cima dei suoi pensieri nella mestizia di quelle ore di immensa solitudine.
Seduto col capo fra le palme e i gomiti sulle gambe, di repen-te un lieve e lontano
calpestio sulle foglie secche cadute, gli fecero subito scuotere la testa; quel calpestio
si avvicinava :avvertì di-stintamente che erano in più a venire, e di scatto alzandosi
come mosso da una molla, pose mano al grilletto del fucile, mentre i cani si misero a
latrare dintorno.
Avanzò due o tre passi a capo il viottolo, e gridò : - Chi va di là? - Non gli fu
risposto, e replicò: - Chi va di là? Amici! - risposero due voci, cupe e profonde.
- Che amici? - Noi, compare Miano! - e si,vide dinanzi due uomini armati di schioppo a
doppia canna, quindi in terzo a maggior distanza si delineava nello sfondo del viale.
Si rimirarono dambo le parti, quindi il Seidita riconobbe in quelli Salvatore
Amoroso, Giuseppe Meraviglia e nellultimo il giardiniere Girolamo Carratello.
A quella vista impensata il volto di Damiano improvvisamente si rabbuiò ed un pensiero,
come una triste nube, passò, ma rapi-do per la sua fronte.
-Buona notte, amico, disse Amoroso con aria assai di buono umore e posando a tema il
calcio dello schioppo a retrocarica Buona notte, ripete il Seidita. Da queste parti lor
signori?
-Siano stati in traccia dun asino scappato via, e non labbia-mo potuto
rinvenire...
-... e trovandoci nelle...vicinanze - aggiunse il Meraviglia..
-... abbiamo voluto fare una scorsa a S. Nicola. - Completò lAmoroso.
-A questora, ad ora di lupi? Osservò il castaldo con una leg-gera inflessione di
voce.
-Non te ne dare pensiero, Damiano: siamo latitanti, ed i ca-gnotti ci stanno sempre alle
calcagna. Del resto, la notte è chiara, e cè un lume dì luna da parere giorno
completo. Momo, poi disse volgendo la faccia a Carratello. ma invece con gli occhi
esplorando tutto allo ingiro rapidamente: Momo, é curioso come ancora non abbiamo
rinvenuto il nostro asino, che te ne pare?
-Oh, stanotte stesso Momo lo troverà, disse il Meraviglia con un malizioso sorriso di
canzonatura.
-A meno, aggiunse Amoroso, facendosi serio in volto, che lasino non abbia messo le
ali e volato pel regno dclla luna.
-E vostra moglie, Damiano? chiese intanto Meraviglia,
-Oh, ella dorme in casa profondamente.
Girolamo Carratello che era un omiciattolo triste assai in fac-cia, annuvolato, ingombro
di peli neri che gli cascavano a coprir-gli la fronte, di un coraggio stupido, brutale, e
dinanzi agli Amoroso ed al Meraviglia diveniva poi moggio moggio come can bastonato,
sogguardò con quegli occhiacci i due compagni di notturne escursioni, quasi volesse
trovarvi una spiegazione intorno alle infruttuose ricerche dellasino; ma non avendo
ancora potuto comprendere a che tendeva tutto quello armeggio, restò muto come un ebete,
e facendo finta di non badarvi oltre, si mise dietro a tre uomini che
savviavano, pei viottoli, allontanandosi dal gelso moro a pie del quale
dormivano placidamente ì due bambini sotto la custodia vigile ed amorosa de cani.
E continuando a parlottare del più e del meno giunsero nelle vigne del giardino di san
Nicola, dove tosto seduti, il Seidita raccolse alcune mandorle da vicini alberi, e
le offrì ai suoi visitatori.
-Mi duole, disse loro, che non sono al caso a questora di potere esibire agli amici
un bicchiere di vino. Or è lanno abbiamo avuto una cattiva vigna, ma
questanno il tino si colma. Pertanto ad ammazzare il tempo, ecco quattro mandorle
fresche.
-Grazie, Seidita, accettiamo ugualmente le vostre offerte. Che bellezze di mandorle!
Davvero che voi siete stato sempre un uomo con tanto di cuore, e non so capire come non
avete pensato a migliorare il ,vostro stato, raggruzzolare quattro soldi e mettere su un
campicello per vostro conto, invece di stare a servire ne fondi altrui.
-Lo credete facile come a bere un uovo, signor Amoroso.
Eh.., i guadagni del mio mestiere sono mal sufficienti al puro necessario per campare la
famiglia, e quando si é potuto nella giornata mettere giù una minestra in corpo, ce
nè davanzo per ringraziare la Provvidenza che ce lha mandata. Metta che
la famiglia è tutta sul boccon grosso, ed i ragazzi poi cominciano a sgranare di molto.
Figliuoli e polli, dice il proverbio, non son mai satolli. -
Così dicendo Damiano faceva girare colla punta delle dita della mano sinistra due grossi
anelli doro posti nel mignolo della destra.
-Caro Damiano, avete ragione ; ai nostri tempi sono soltanto i massarioti che fanno denari
e staia; ognalltro che passa la vita nei campi rimane sempre povero in canna.
Sapete, queste mandorle sono davvero ben piene e fresche, proprio mi hanno gustato, - In
questo il Meraviglia sì alzò, e dopo aver fatto rapidamente locchiolino
allAmoroso, come se dicesse: continua a dargli spago, sì volse al Seidita, e gli
disse: - Damiano, noi dobbiamo allontanarci, facci il piacere di aprire il portello del
fondo verso i Pagliarelli.
-Volentieri, disse il castaldo sempre pili rasserenato; venite da questa parte.
E vi sì diressero a passo lento.
Seidita in mezzo, Meraviglia ed Amoroso ni due fianchi, e dopo, alla lontana, come cane
dietro al padrone, Caratello che di tanto in tanto dava unocchiataccia ai compagni e
seguiva le loro peste, ed allora che li vedeva soffermarsi a stendere la mano a cogliere
un prugno o una pera, lui, ladro finito, che avrebbe rubato la cappa a san Pietro, di
botto si fermava per slanciarsi in mezzo al fogliame, strappare quattro, sei, con una
manata, dì quelle frutta, e giìi lesto nelle saccoccie ampie della giacchetta di velluto
color oglio tutta unta e bisunta.
Ed i pomidori, che ne dite, vi dan speranza? domandò Amoroso.
-I pomodori lhanno gremiti che paiono a bella posta, è proprio un gusto a vederli,
rispose Damiano cammin facendo: ros-seggiano tutti.
-Che bel frutto! si gusta ove che sia.
-E un mezzo condimento anche pei poveri. Questanno sono venuti tutti polpa. e
lacquarone non lhanno, dicono bene. Ora se venisse una passata dacqua la
campagna si rifarebbe ancor meglio.
Finalmente giunti tutti vicino ad un muro, Meraviglia disse a Seidita:
-Affacciati, e vedi se passa la pattuglia.
La notte che piegava allalba era sempre bella e serena, le stelle vivide e
scintillanti.
Seidita si allontanó discostandosi dal gruppo, e scelto il luogo del muro più basso, si
affacciò nella via detta del Molino di Corleone; stese locchio a destra ed a
sinistra, e tornò ad assicurare ìl crocchio, che non si vedeva anima nata lungo tutta la
via. In quellistante, con un movimento rapido, Amoroso e Meraviglia avevano
ìngrillato i loro fucili, e parlato a gesti col Carrateillo che aveva capito subito.
-Su via, apriteci, disse Amoroso.
E Damiano Seidita, il castaldo del fondo Saitta a Scorzada-naro, calmo, sereno, fiducioso,
ripose lo schioppo disteso sul braccio sinistro, con la destra cavò da tasca la chiave,
ed infilata che lebbe nella toppa, la girò a due manate.
Ed allora Salvatore .Amoroso e Giuseppe Meraviglia, senza por tempo in mezzo, da leali
gentiluomini della Cavalleria di Porta Montalto, scaricarono a bruciapelo quattro fucilate
sulle spalle dello sventurato castaldo, che subito ruzzolò per terra contor-cendosi
convulsamente; e boccheggiando, dato un lungo ed angoscioso sospiro, usci di vita.
Meraviglia, lamico sempre lietamente accolto da tutta la famiglia Seidita, appena
scosso dalla detonazione, si accostò al cadavere, prese il fucile caduto dal braccio
della vittima, e ne esplose i due colpi in aria.
-Ed ora, dìsse lAmoroso, volgendosi cinicamente al compagno, ripigliamo la nostra
strada, che oramai costui ha finito di avere il permesso darmì franco dalla
polizia.
La luna che spandeva il suo raggio sul volto dellinfelice cascaldo già bianco da
contendere colla neve e col marmo, alluminava anche i due innocenti orfanelli che
continuavano a dormire placidi e quieti sotto limmensa volta del cielo,
Renda Rizzo Galasso GalluzzoLo Bianco Fagone Barrese De Pasquale Russo Alinovi
Mafia Ieri e Oggi
nel 38° anniversario dell'uccisione di Accursio Miraglia
a cura di
Camillo Pantaleone
Prefazione di
Marcello Cimino
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