Che cosa è essa, l'omertà?

Il Turrisi, il Ciotti, il Bondì, il Rudinì, siciliani, il Villari, il Tommasi -Crudeli, il Sonnino, il Franchetti, continentali, il Torelli, il Calenda, il Taiani ed altri esimii funzionari politici e giudiziari sono d'accordo nel dire che essa suona essere uomini, aver sangue nelle vene, da omu, uomo.
Il Ciotti così ne spiega l'origine: « Corrotto il Governo, corrotti i suoi agenti, corrotta la pubblica forza per lunghi secoli, a poco a poco la turpitudine nelle masse vestì le forme del dovere e della virtù, si trasfuse nella lingua, negli abiti della vita, ed ebbe il suo decalogo. Per questo la giustizia, l'autorità si trovarono circondate da un generale mutismo, nel quale si riverì una virtù ». Ed il Tommasi-Crudeli: « Così è avvenuto che adagio adagio sieno penetrati nei costumi di tutto un popolo i principii di un codice speciale che si dice dell'omertà, il quale stabilisce come primo dovere di un uomo quello di farsi giustizia colle proprie mani dei torti riceuti e nota d'infamia e addita alla pubblica esecrazione e alla pubblica vendetta chiunque ricorra alla giustizia o ne aiuti le ricerche e l'azione. Per cui anche il più onesto fra i popolani crede far opera virtuosa sottraendo alle ricerche della giustizia un assassino, o negandosi di testimoniare contro di lui, perchè il codice dell'omertà dice che quando ci è il morto deve pensarsi al vivo, e che la testimonianza è cosa buona finchè non noccia al prossimo».
Senza l'autorità e la competenza di questi benemeriti scrittori, mi permetto manifestare un dubbio sulla esattezza dell'etimologia dell'omertà. Stando alla pronunzia umirtà io credo che significhi umiltà. In ciò mi conferma il fatto che nel primo significato dovrebbe da omu formarsi omirtà e non umirtà. Nè vale il dubbio che potrebbe far nascere la r usata per l, laddove si pensi che la pronunzia popolare abbonda della prima consonante sostituita nella lingua corretta alla seconda. Così si dice parru e non parlu (parlo), sebbene l'infinito del verbo sia parlari, Carru invece di Carlu, risurta per risulta, ecc. Non nego che il significato di omertà per essere uomo serio e risoluto non sia attendibile e fino ad un certo punto bello, ma ho le mie ragioni per non escludere l'altro di umiltà riferibile ai più verso i meno, cioè dì obbedienza e rispetto a certe massime volute dai forti e dai potenti. Così ho sentito spesso ripetere da persone del popolo (che sono le più competenti in questo genere di lessicografia furbesca): Cu la giustizia bisogna curriri a sirvirla, cci voli umirtà (con la giustizia bisogna correre e servirla, ci vuole umiltà). Si otteni di cchiù cu l’umirtà ca cù la priputenza (si ottiene di più con l'umiltà che con la prepotenza), e quest'ultima espressione toglie, mi pare, ogni dubbio.
É poi più probabile che la stessa parola abbia or l'uno or l'altro significato (cosa non nuova nei gerghi), a secondo che si riferisca ai facinorosi o al popolo. Ciò spiegherebbe il diverso significato di quelle massime che, impropriamente dette decalogo e codice dell'omertà, sono il contenuto, il nocciolo del senso morale dei maffiosi. Alcune di esse infatti sanciscono l'ubbidienza, il silenzio, il rispetto verso la mafia, altre sono dei veri motti di sfida alla giustizia ed all'autorità. Potrei riferirne molte, ma mi limiterò alle principali e più comuni

1) A cu ti leva lu pani levacci la vita.

1) a chi ti fa perdere il mezzo di vivere (qualsiasi) levagli la vita

2) Cappeddu e malu passu dinni beni e stanni arrassu

2. Cappello (per galantuomo e funzionario) e mali passi, dinne bene ma stanne lontano.

3) Scupetta e mugghieri nun si mprestano.

3. Fucile e moglie non si prestano (Se noti fucile è messo prima della moglie).

4) Si moru mi drivocu, si campu t'al1ampu.

4) Se muoio sarò sepolto. se sopravvivo ti ucciderò.

5) Vali cchiù n'amicu nchiazza ca cent’unzi nsacca . Val più un amico influente che cento onze (L. 1,275) in tasca.

6. La furca è pri lu poviru, la giustizia pri lu fissa

6. La forca è pel povero, la giustizia pei minchioni.

7. Cu avi dinari e amicizia teni nculu la giustizia

7. Chi ha denari ed amicizia tiene in culo la giustizia

8. Zoccu nun ti apparteni nè mali, né beni.

8. Di ciò che non t'appartiene non dir né mal, né bene.

9. Quannu cc'è la mortu bisogna pinsari a lu vivu

9. Quando c’è un morto, bisogna pensare ad aiutare il vivo.

10. La tistimunianza è bona sinu a quannu nun fa mali a lu prossimu.

10. La testimonianza è buona finchè non fà male al prossimo.

11. Cu mori si drivoca, cu campa si marita.

11. Chi muore va sepolto, chi vive prende moglie.

12. Carzari, malatii, e nicissità provanu lu cori di l’amici.

12. Carcere, malattie e disgrazie provano il cuore degli amici.

 

Di esse pensavo di parlare alla fine del volume, ma riflettendo meglio ho creduto più opportuno di farlo ora. Ciò dico per spiegare qualche ripetizione dei capitoli seguenti gia scritti col primo proposito.

Vedansi gli studi dell'illustre ed infaticabile prof. Pitrè: Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane.

A che moltiplicare queste infami massime? Rileviamone invece il poco riposto significato, per far meglio spiccare il doppio contenuto da noi attribuito all'omertà.
Le prime sette si riferiscono evidentemente ai mafiosi e comandano la violenza: Se qualcuno ti toglie il mezzo di lucrare, qualunque esso sia, uccidilo, e per poterlo fare tieni cara e vicina l'arma più della stessa moglie. Dei galantuomini (compresi i funzionari) giova dirne bene, ma starne lontani come dai precipizii. Si noti qui il sentimento d'odio verso i ricchi che molti hanno voluto negare. Se si rimane offesi o anche feriti non bisogna mai ricorrere alla giustizia, giova anzi ingannarla; se si muore si va in sepoltura e i parenti penseranno a vendicar l'offesa, se si guarisce si uccide l'avversario, s’allampa, si ammazza subito comeil lampo. Nè si deve aver timore della giustizia, poichè è uno spauracchio da minchioni (fissa), ma chi ha un amico influente in piazza (si noti l'allusione alle clientele) è più che ricco; e se ha denari ed amicizia, tanto meglio e niente paura, perchè se ne impipa della giustizia, la tiene in c...!
Le cinque rimanenti per contro impongono il silenzio agli onesti.
La giustizia deve eludersi ed illudersi per aiutare à mafioso, sia rimanendo neutrali tra quella e questo (ciò che non tì appartiene non far né dir male o bene), sia con la reticenza (la testimonianza non deve offendere il prossimo), sia col prendere addirittura le difese dell'imputato, poiché il morto è morto e bisogna pensare al vivo (chi muore va sepolto, chi vive prende moglie). Del resto l'esser colpito dalla giustizia è una disgrazia come le malattie, e allora si provano i veri amici. Come si vede questa è la quindicesima opera di misericordia, dimenticata dalla Santa Chiesa, e migliore delle altre quattordici, perchè è tanto corporale quanto spirituale.
Ora è il caso di esaminare quanti esservino questi strani comandamenti per istinto, interesse o convinzione e quanti per paura, o meglio quanti siano i seguaci della prima specie e quanti quelli della seconda. Guardando sommariamente le immense difficoltà che si parano dinanzi alla polizia ed alla giustizia, e i loro frequenti insuccessi, parrebbe che tutta la Sicilia fosse un covo di malfattori cointeressati e fortemente organizzati; ma se ricorriamo alla statistica questa ci dice che, almeno ora, il numero e la gravità dei delitti di poco supera quelli di molte altre regioni taliane. Da ciò emerge chiaramente che la classe delinquente non è più estesa che altrove e che l'insuccesso dell'autorità va cercato nella reticenza, nell'apatia, nella neutralità paurosa delle popolazioni.
Vediamo un po' all'opera i mafiosi e i paurosi, esaminiamo l'esplicarsi dell'omertà nei primi e nei secondi.
I facinorosi, i delinquenti, e i loro congiunti ed amici correligionari essendo quelli che debbono la loro potenza ed impunità al predominio, all'osservanza di questo modo di sentire, sono naturalmente i primi a rispettarlo, per dar l'esempio agli altri, anche contro il loro momentaneo interesse. I mafiosi non accusano il loro carnefice, mostrano anzi di difenderlo, di sottrarlo alla repressione legale per riserbarsi la vendetta privata. I manutengoli per mestiere, i complici, le persone tutte, che vivono con modi più o meno collimanti con le sanzioni del codice penale, hanno anch'essi interesse a che l’impero di queste regole non venisse scosso, e in tempi forse non lontani ne curavano e sorvegliavano l'osservanza da parte dei giurati e dei testimoni nelle aule stesse dei nostri tribunali e delle nostre Corti d'Assise.
Difatti sino a pochi anni fa non sfuggivano ai pratici le manovre, le arti tortuose e subdole con cui i mafiosi cercavano di salvare dalla meritata pena i loro correligionari, che malgrado ogni loro sforzo erano caduti in potere della giustizia. Il lavorio cominciava, nel periodo istruttorio, buttando, come suol dirsi, bastoni attraverso le gambe dei giudici perchè non arrivassero, allo scopo. False testimonianze, anonimi, controversioni di fatto, cosidetti fogli di lumi, articoli di giornali, tutto si metteva in giuoco pur di demolire l'accusa o quanto meno renderla incompleta, equivoca, debole in fatto di prova specifica. E se malgrado ciò la magistratura teneva duro e rinviava l’amico alle Assisie, cominciava una nuova e ricca serie di evoluzioni e raggiri che finivano solo col verdetto dei giurati... non sempre conforme a giustizia. Si cominciava col procurarsi i nomi dei giurati, cercando quali erano da rifiutare, quali da accettare. Per questi ultimi si sfruttavano conoscenze ed amicizie per influenzarne la coscienza, insinuando che l'imputato era innocente, un povero diavolo, carico di famiglia, ridotto alla miseria dal carcere preventivo, insomma vittima di tenebrose macchinazioni di nemici, ma per contro aveva molti e potenti amici che lo avrebbero difeso ad ogni costo e al caso anche vendicato. Se il giudicabile era un proprietario, un pezzo grosso in matita, oltre agli argomenti ordinarii, gli umici ne facevano campeggiare due, come due ritornelli: É vittima di gare di partito perchè il più ricco e il più rispettato in paese, ma ha una vera falange di anùci vicini e lontani pronti a tutto per salvarlo. Va da sè che chi non credeva facilmente alla quistione del partito, si lasciava convincete dal secondo argomento, che sotto fl nome di amici pronti a tutto faceva intravedere rappresaglie e vendette tutt'altro che lontane. E su questo punto la mafia aveva dato i suoi esempi terribili perchè qualcuno si attentasse a resistere. Si sapeva di testimoni e di giurati uccisi all'indomani dl un verdetto affermativo, in pieno giomo, magari in città.
S’indovina facilmente infine che il denaro non veniva risparmiato né coi giurati, nè coi testimoni compiacenti.
E con questi auspicii cominciavano i dibattimenti. Prima ancora che l'aula si aprisse, gli amici dell'accusato girondolavano pei corridoi a gruppi, tutti sorrisi e strette di mano pei giurati e i testimoni persuasi, lanciando occhiate torve a quelli sospetti. - Finalmente, andavano ripetendo, il gran giorno è venuto, e vedremo come finirà pel nostro povero amico, oh! vedremo - e sottolineavano quest'ultima parola, con un tono di voce nel quale era difficile indovinare se essa esprimeva una speranza o una minaccia. Durante i dibattimenti poi formavano una claque sui generis approvando o disapprovando con cenni significativi del capo, con parole sussurrate ai vicini a voce piuttosto alta. Il risultato spesso giustificava le speranze degli amici: le reticenze si ammucchiavano, il testimonio che nel processo scritto aveva cantato o attenuava la sua dichiarazione scritta, o la disdiceva addirittura; in ogni caso faceva degli sforzi inutili per ricordarsi, si mostrava, perplesso, confuso... pentito di aver detto a quel modo - dopo quella prima dichiarazione aveva inteso dalla voce pubblica cose che modificavano il suo convincimento. E gli amici a ripetere: Vedete? questo infame era nemico del povero accusato, a quattr'occhi col giudice istruttore lo calunniò, ma ora in pubblico la sua coscienza si ridesta, e sente rimorso del mal fatto, pezzo d'infamone! ovvero: questo schifoso è pagato dai nostri nemici.
Gli amici più fidi e risoluti sfilavano poi a discolpa, e abbastanza scaltri per non compromettere se stessi o l'imputato non ne facevano un completo panegirico; uno diceva di aver sentito dire che quello era incapace di commettere il reato che gli si addebitava; un altro che era invidiato da rivali in ricchezza e potenza; un tempo faceva delle insinuazioni maligne sui testimoni del carico; un quarto rammentava benissimo che il morto aveva altri nemici, e che l'accusato fu visto poco prima o poco dopo del reato in luogo molto lontano da quello che fu teatro del truce avvenimento; e così pezzo per pezzo si smontava l'accusa e si costruiva la difesa, il resto lo faceva l'abile avvocato.
Quali armi ha la legge per combattere vittoriosamente tanti nernici della giustizia? La ormai vana e labile formalità del giuramento? Le sanzioni penali contro i falsi testimoni? Ma queste non esistono pel periodo istruttorio, ed in pubblico si trova sempre il mezzo termine, la frase ambigua ed elastica che rasenti e scivoli attraverso gli articoli del Codice penale, senza impigliarvisi.
Ora in questo stato di cose, che per avventura permane ancora, è gran meraviglia, è gran colpa se molti assistendo a questi spettacoli si convincano che a mentire avanti i tribunali non c'è poi gran pericolo, mentre con l'offendere la mafia si rischia la pelle? Per quanto si possa amare la verità e la giustizia, per quanto si possa essere coraggiosi, la certezza d'una, vendetta, o anche la sola probabilità di essa rende titubanti e reticenti anche i migliori, tanto più che con delle frasi indeterminate ed ambigue è facile sfuggire alla legge, serbandone in apparenza il prestigio, mentre in realtà è quello della mafia che resta inconcusso e temuto.
Da tutti si può pretendere quella somma di sentimenti morali che formino, per così dire, la media sociale della moralità, ma non la virtù del sacrificio, che non è un dovere di tutti, ma una virtù di pochi e d’immenso valore là dove appunto quella tal media è molto bassa!
Si dirà: ma allora bisogna concludere o che i tristi siano molti, o che i buoni sono un branco di vigliacchi! E pure la verità non è in questi estremi. Il male vero viene da ciò che i mafiosi nell'interesse di conservar se stessi e le loro criminose industrie sentono impulsivamente un vigoroso vincolo di solidarietà, sono fortemente organizzati a difesa comune e non rifuggono da alcun mezzo illecito per affermar la loro potenza; mentre la maggioranza, i buoni non hanno eguale necessità di organizzarsi, ognuno fa come meglio può e sa i fatti propri, e lascia che altri s'incarichi di formare ed imporre la cosidetta opinione pubblica.
Nasce e si perpetua perciò il sentimento che la mafia siti più forte della legge. E difatti i più tra noi non chiedono libertà e guarentigie, ma governo energico e magari arbitrario, come molti hanno osservato. Difatti quando nel 1877 il Governo si mostrò tale, l'omertà ed il manutengolismo caddero in gran ribasso, la giuria si mostrò rigorosa ed il brigantaggio militante fu battuto vinto.
Quello che ho fin qui detto sull'omertà si attaglia quasi perfettamente al manutengolismo. Pochi sono i manutengoli per calcolo e per interesse e rientrano tutti nella classe mafiosa, come vedremo più avanti. I più poi lo sono per necessità, per paura, malvolentieri. Il proprietario, il gabelloto che deve attraversare vasti territori spopolati, che ha tutti i suoi capitali investiti negli armenti e nei seminati sa pur troppo che, rifiutando ospitalità e soccorsi ai malandrini, corre pericolo di sequestro, di vita; sa che una uccisione in massa del suo bestiame, o un incendio delle sue messi non sono che facilissime imprese dei mafiosi. Fra la miseria, la rovina e la morte, sceglie il male minore, si rende manutengolo avanti alla legge, paga il suo tributo alla mafia ed aspetta apaticamente, dal di fuori, da altri, tempi men feroci e più tranquilli.
Un gran progresso si è fatto negli ultimi dieci anni, e tutto accenna al suo incremento. Sotto forme più o meno indirette e dissimulate il male esiste ancora e pervade la società siciliana. Il rimedio quindi è sempre lo stesso: affermare la superiorità, l'onnipotenza della legge, scuotere l'ereditario convincimento che la mafia sia più forte di lei! « Un popolo, scrive lo Stuart -Mill, uomo non certamente tenero di dispotismo, un popolo che è più disposto a nascondere un delinquente che ad arrestarlo; un popolo che si farà spergiuro per salvar l'uomo che l'ha rubato, piuttosto che di darsi il fastidio di deporre contro di lui, ed attirarsi con ciò una vendetta; un popolo che ha l'abitudine di passare dall'altro lato della strada quando vede un uomo assassinarne un altro sulla pubblica via, ritenendo essere compito della polizia occuparsene, e poco sicuro l’immmischiarsi di ciò che non lo riguarda; un popolo finalmente che s'indegna per una esecuzione, ma che non sente ribrezzo per un assassinio; questo popolo ha bisogno di autorità repressive, meglio armate che in qualunque altro luogo, imperocchè le prime e le più indispensabili condizioni di vita civile non hanno altre garanzie! ».

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