Dalla Sicilia alla Sicilia

SALVATORE DI BENEDETTO

Vado a visitare la miniera Ciavolotta a Favara, sulla strada che da Agrigento porta a palma di Montechiaro. La strada che ci conduce è cosparsa di pozzanghere. L’alba ha portato una pioggia torrenziale ma da qualche momento la densa cappa grigia delle nubi si è infranta ed ora il cielo traluce tra brandelli bianchi che navigano svaporando. Tra li linea di mare e la breve,compatta linea delle colline, si insinua una sottile striscia di terra. Il mare sembra precipitare sulla pianura. Penetriamo in una piccola gola e in alto appare un ristretto paesaggio scuro di fumaioli, di torrette, di terrapienì, di larghe buche nere.
Rigurgìti di argilla arsa, corrosa, scivolano come erompenti dal profondo della terra. Ci rigiriamo attorno ad una specie di piccolo villaggio trogloditico. Sorgono da terra due uomini. Larghe e aperte, le loro mani sembrano fatte di terra, di terra sembra fatto ìl loro viso e la terra copre i loro cenci. Le ciglia battono sui loro occhi e lunghi denti scalzati sono come una griglia sulle bocche. Ci guardano con indifferenza. Non sappiamo nulla del loro lavoro.
Sono presenti nella miniera, in questo periodo di disoccupazione, circa 300 operai, ma la miniera potrebbe accoglierne per tre volte. Le loro braccia, mentre parlano, pendono inerti, nude sino al gomito. Una corda li stringe ai fianchi e i pantaloni alti rimboccano in giù come la vecchia buccia di un frutto. La miniera è di proprietà di due baroni che l’amministravano attraverso un rappresentante. Ma nella altre miniere vengono condotte sotto la vetusta forma gabella. Ci viene presentato e ci accompagna un giovane ingegnere. Veste una vecchia giacca di fustagno e un pantalone liso in più punti.
Ci incamminiamo fra le bocche fumanti delle fornaci, il sole viene da lontano e scolora le colonne di fumo che sfuggono dagli sfiatatoi. Il sottile vapore entra nel petto e si stringe alla gola gli uomini sono inchiodati a gruppi, in quel fianco di terra e muovono ritmicamente, con un gesto uguale delle lunghissime braccia.
Spunta un uomo nero dal buco nero di una galleria e guarda con occhi offesi dalla luce. Porta un mazzo di lampade appese con un uncino;alla cintola. Guàrda il piccolo mondo sempre uguale e c’è come un urto tra la luce e il ricordo fisico della vita, sotterranea che porta in sè. Un crocchio di operai che rimuovono pani di terra ci guarda senza parlare. «Avanti, avanti!!» grida una voce. «Continuate il lavoro.».
Da qualche momento c’è con noi un piccolo uomo tozzo. In giacca di velluto e stivali. Il viso tondo, duro, i capelli neri e lisci che gli ricadono su mezza fronte. Gran distinzione, una giacca di velluto in mezzo agli stracci che coprono le spalle infreddolite degli uomini della miniera, Egli ci guarda accigliato, fiuta quasi questa gente inopportuna.
La diffidenza di cui è sovraccarico il suo animo irrompe dai suoi piccoli occhi foschi. Egli dice: «Lavorano. Possono, quindi, essere contenti.» E indica con la mano tante schiene curve. Quell’uomo appartiene alla schiera di intendenti e campieri che sovrastano le ciurme dei feudi e delle miniere. La sua lustra giacca di velluto è come una pelle di lucertola.
Scivoliamo per una piccola scarpata. Altre buche nere incappucciate da un muretto bianco emergono sul pianoro e lungo una pista tracciata sulla terra bruciata distinguiamo dei piccoli esseri con la testa incollala sul petto, le mani allacciate dietro la schiena a sorreggere un peso. Vanno lenti con un piccolo straccio sulla testa. Non c’è nessuna voce nell’aria, nessun richiamo nessun rumore. Ad una svolta ci troviamo davanti alla buca di ingresso e vediamo un ragazzo saltarne fuori. Si ferma a guardarci. Sta sulle esili gambe divaricate, e ci guarda con ironia muta attenuata da una congenita tristezza. E’ tutto coperto da una sottile polvere grigia che dà al suo viso e ai suoi stracci una patina livida. Ha una boccuccia tonda dischiusa sui piccoli denti bianchi, ma in quel volto di piccolo cadavere sbocciano due occhi che hanno una fissa luce di sorriso. «Quanti anni hai?» Ci guarda in tralice, con un occhio socchiuso, poi dice:"sedici" sedici anni! E’ straordinario che un così minuscolo essere possa avere sedici anni. Ma subito ci ravvediamo: la legge vieta in miniera il lavoro ai minori di sedici anni...
Lo sguardo trasversale del ragazzo investe il nostro gruppo ed eccolo lì il piccolo uomo dai capelli ricciuti cosparsi di cenere, vestito di stracci, dai piedi nudi, che ci guarda tutti. Lui solo, con una espressione di sfida dei suoi occhi ironici e tristi. Altri bimbi spuntano dietro le sue spalle dalle viscere della terra e si fermano schierati come un piccolo esercito dalle costole nude.
Il piccolo uomo sente la presenza dei suoi compagni dietro di sè e li esprime tutti con la sua figura.
«Dove abiti?»
Il ragazzo fa un gesto lontano, al di sopra della terra e delle colline, e dice: «A Favara.»
«A Favara... E come vieni sin qui? »
Il ragazzo alza le spalle e sorride a compatire la ingenuità della domanda: «A piedi»,
«A pìedì... E quanto impieghi, ogni giorno, a venire fin qui?» .
«Un’ora e mezza a venire, e un’ora e mezza al ritorno.» Ed alza un piccolo piede di argilla, a presentare l’eroe di quella traversata dell’alba e del tramonto.
«Sei andato a scuola?»
«Sì. Fino ;alla seconda.»
«E tu?» chiedo ,ad un altro ragazzo.
«Sì, sino ,alla terza;»
« E tu ? »
«Alla prima»
«Avete qui una refezione calda?»
«Come?» Non é soltanto, il significato letterale della domanda che quei ragazzi non capiscono.
«Cosa mangiate durante il giorno?»
«Pane, sarde salate e olive... Portiamo tutto noi da casa."
L’uomo dalle lanterne sta dietro di noi. E’uno degli operai più capaci della miniera. Dice; «Ecco,qua mio figlio» E mostra un ragazzo di diciassette anni, «Era tanto diligente a scuola. Ma non ho potuto fare nulla per lui. Non ho potuto liberarlo dalla miniera. Ed ora, eccolo qua» grida prendendo per il petto il figlio, «eccolo qua, coperto di stracci e di fango!»
Il ragazzo sta un attimo col capo chino sulla sua condizione, poi si strappa dal vincolo paterno. C’è una forza tanto disperata nel gesto che lascia netto un pezzo di camicia nel pugno teso del vecchio minatore. Il ragazzo sparisce dalla nostri vista. Il padre vince un senso di soffocamento e dice con uno strano sorriso d’avvilimento: «Si vergogna.» E noi tutti sentiamo che la vergogna è larga quanto il cielo che ci sovrasta.
Ci incamminiamo lentamente verso gli scolatoi. Da certi canaletti scivola un liquido denso e scuro che ha lampeggiamenti di acciaio.
Una debole tosse ci agita il petto. Una fila di pile allineate ad accogliere il liquido infuocato. L’ingegnere spiega su un libretto la formula dello zolfo. I nostri occhi cadono distratti sulle sue mani. Noi rutti abbiamo scoperto la vera formula del liquido che cola: terra e sangue.
Usciamo dalla galleria, risaliamo verso la terra e ci fermiamo ancora a considerare il piccolo mondo di ferro e di fuoco. In mezzo a colonne di fumo, tra i sepolcri brucianti, sfila la linea livida dei fanciulli rotti nella schiena.

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