Giornale di Sicilia 10.11 Maggio 1924.

Solo nel clima di creazione dello stato fascista formatosi nel 1924 poteva avere inizio l’operazione di repressione della mafia che diventava un’occasione in più per 1’affermazione della nuova volontà fascista.
Per Mussolini la mafia non solo rappresentava uno stato nello Stato, una violazione dell’ordine costituito, essa era anche espressione di separatismo che urtava contro l’unitarismo ed il totalitarismo che egli voleva imporre.
Combattere la mafia voleva dire liberarsi definitivamente delle cricche di potere tradizionali legate alo più intransigente liberalismo (era il caso di V. E.Orlando) voleva dire sconfiggere ogni idea separatista, battere la delinquenza che sarebbe rimasta senza protezione voleva affermazione dello Stato nella sua unità e centralità contro ì poteri periferici, voleva dire una vittoria buona per prime pagine di giornali.
Molti di questi motivi, non ultimo la spinta psicologicica del viaggio in Sicilia e di certe esperienze vissute sull’isola, dovettero essere presenti in Mussobni quando decise la « demolizione» della mafia, Ma Mussolini, quando affermò che questa battaglia si sarebbe conclusa in breve tempo, sbagliò non previde che la mafia avrebbe preso le sue contromisure e avrebbe adottato quella tattica che ne faceva un fenomeno sgusciante, sfuggente anche ad ogni possibilità di definizione univoca.
Se Mussolini aveva condannato la mafia nei suoi discorsi in Sicilia ed in alcune occasioni alla camera pure l’aveva utilizzata. L’ultima occasione in cui il fascismo se ne servì, fu nelle elezioni amministrative del 1925: il tramite di quella collaborazione era stato Alfredo Cucco, che legato a noti capi mafia, era riuscito a battere la lista "Unione palermitana per la libertà", capeggiata da Vittorio Emanuele Orlando. Fu quella l’ultima occasione in cui la mafia esercitò il suo potere elettorale, suscitando gli scrupoli dei vecchi esponenti politici abituati a monopolizzarla. Così si deve considerare il discorso-sfogo che Orlando pronunciò al Teatro Massimo di Palermo alla fine di luglio, qualche giorno prima delle elezioni. Infatti, se è vero che Orlando voleva porsi come alternativa al fascismo che si era rivelato nella sua portata totalitaria, è anche vero che egli era stato tra quelli che avevano coltivato il loro "orto elettorale" con un permesso d’armi ma in quello sfogo di rabbia, Orlando sembra averlo dimenticato: "ora io dico che se per mafia si intende il senso dell’onore portato sino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni parossismo, la generosità che fronteggia il forte e indulge il debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in un segno si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo".
Ma naturalmente, e Orlando lo sa, per mafioso non si intende solo quello, ma anche e soprattutto quell’atteggiamento che permette a taluni l’acquisto di un orto elettorale mediante un rilascio di permesso d’armi: "ora se invece per mafia si intende quella delinquenza comune che abbiamo noi e hanno tutti i paesi dell’Italia e del mondo, ebbene, in tal caso mi limiterò a dire questo: che, se in quanto ci sono persone le quali per le loro necessità, debbono subordinare a un permesso d’armi la loro fede politica e il loro orto elettorale, è evidente che nessuna di queste persone, se ce ne sono, può seguir noi che certamente non abbiamo nulla da offrire loro".
L’allusione è in questo caso alla lista presentata da Alfredo Cucco.
La presenza della mafia e la mancanza di un vero pericolo, cioè di un forte partito socialista contro il quale il fascismo potesse porsi come alternativa, fenomeni peraltro collegati da un rapporto causa effetto, erano stati i principali motivi che avevano limitato l’affermazione dei fasci di Mussolini in Sicilia: l’unica provincia dell’isola, Siracusa, che si sottraeva a questi due fenomeni, era stata la prima che aveva abbracciato la politica di Mussolini.
Solo dopo che Mussolini era giunto al potere, erano cominciati a nascere nella Sicilia Occidentale i primi fasci, la cui formazione altro non rifletteva che il « governativismo » tradizionale, cioè il desiderio di clientele e di capi mafia di aggrapparsi al carro di un partito che, entrato nel governo, cominciava il manifestarsi dotato della necessaria forza che ne avrebbe fatto di sicuro un partito dalla lunga durata.
Nella Sicilia occidentale, la vita politica era imperniata sulla contesa tra rivali fazioni mafiose e poteri personali per il controllo delle, amministrazioni: il fascismo nasceva all’insegna di questa realtà, esso non si creava illusioni, dovette adattarsi e si adattò, almeno fino al 1925, anno in cui le elezioni ebbero ancora importanza, a questo modo di far politica. In questo senso, nel fascismo siciliano non si ebbe quella intransigenza idealistica come era accaduto nella Campania con, Aurelio Padovani e in particolare nell’Italia del Nord. Negli anni tra il ‘22 e il ‘24 Mussolini in Sicilia dovette lottare per comporre molti interessi contrastanti per condurli nell’alveo dell’interesse primario che era l’affermazione del fascismo egli dovette giungere a compromessi e ad accordi con i « vecchi » partiti, e ciò per impedire che questi, fondati sul prestigio personale dei loro rappresentanti, impedissero la penetrazione di fasci nell’isola. Nella Sicilia occidentale, Mussolini si accorse di trovarsi di fronte ad una fitta rete di alleanze personali e di coalizioni manovrate da pochi uomini facilmente individuabili, e nella prima fase del suo potere, anzicché combatterle, preferì accettarne l’appoggio.
Si trattava, in questa prima fase, di dare il potere ai pochi « uomini nuovi » che mettevano appoggiato il fascismo, senza tuttavia deludere i « vecchi » uomini che mettevano a sua disposizione, durante le elezioni, i loro « apparati elettorali ». In questa fase già si delineava la politica del fascismo, ne emergevano gli intenti conservatori, si intuiva che a beneficiare del nuovo partito sarebbero stati i grandi agrari. Era infatti per favorire la grande proprietà che venivano abolite le norme di legge che limitavano il diritto dei proprietari terrieri ad elevare i canoni di affitto e,a liberarsi dei mezzadri. Così veniva abrogato il decreto del 1919 che avevi permesso ai lavoratori agricoli e ai contadini poveri di sfruttare i terreni abbandonati e mal coltivati. Erano ridotte le tasse sulla proprietà terriera. Si interrompeva il processo di formazione della nuova proprietà contadina. Il fascismo dopo il 1924, anno in cui si combattevano le lotte a favore degli agrari, poteva così contare sull’appoggio di quest’ultimi, ciò permetteva a Mussolini di potere cominciare « mollare » i « vecchi » uomini politici e con essi le clientele che ruotavano loro attorno. Il fascismo in Sicilia trovava una giustificazione nella lotta che si impegnava a combattere contro le vecchie clientele e gli apparati mafiosi. « Il compito del fascismo nell’ Italia meridionale è quello di spezzare le clientele personali e il localismo politico», dichiarava Mussolini, che però aveva lasciato che si formasse un « pseudo - fascismo » voluto da opportunisti politici, che permisero, come nel caso di Alfredo Cucco a Palermo, di Angelo Abisso ad Agrigento, di Crisafulli Mondio a Messina, l’emigrazione dì clientele tradizionali tra le file del suo partito.
Del resto, finché erano le elezioni a decidere le sorti del Parlamento, la battaglia contro le clientele mafiose non poteva essere condotta a fondo; i voti che la mafia controllava facevano comodo a Mussolini come a qualsiasi altro capo di govemo. Mussolini, quindi, inizialmente, non si senti di inimicarsi uomini, come Orlando, che manovravano e condizionavano la volontà di migliaia di elettori. Erano infatti uomini come questi che determinavano la reputazione dei partiti. Più che le idee in Sicilia contava il prestigio degli uomini: intransigenza verso questi, negli anni tra il ‘22 e il ‘24 significava optare per un’altra soluzione, cioè per, la ricerca del- l ‘« uomo nuovo » non compromesso in alleanze e "manovre mafiose, ma ciò era molto rischioso, voleva dire portare avanti uomini privi di seguito, di sicura fede, ma senza alcuna autorità.
In effetti il fascismo fino al 1925 non aveva superato i baratti e le transazioni caratteristiche del precedente sistema politico. Le elezioni politiche del ‘24 e le amministrative del ’25 si erano svolte nel solito clima di violenza e di brogli. Il fascismo continuava la « farsa » delle elezioni: non si distribuivano certificati, si facevano risultare votanti morti e persone mai esistite, si ostacolava la propaganda avversaria , si controllavano coi mazzieri le sedi elettorali, si minacciava e alle minacce si facevano seguire i pestaggi; le votazioni avevano perduto il loro attributo di segretezza, perché si votava fuori dalle cabine. La «necessità storica, del fascismo come esigenza rivoluzionaria, cadeva di fronte al perdurare dei vecchi metodi. Gli apparati clientelari , venivano superati ¢ solo a parole, in effetti continuavano la loro attività anche se da molti uomini nuovi’ si sbandieravano impegni moralistici ed epurativi. L’impegno del rinnovamento spesso era rimasto una pretesa, un’aspirazione demagogica, ciò anche perché il fascismo nel suo nascere aveva accettato nelle sue file molti ‘notabili’ che avrebbero facilitato le future battaglie elettorali ma che ne compromisero i programmi di rinnovamento. Un compromesso di notevole portata c’era stato con la fusione dei fascisti con i nazionalisti (l’accordo era stato raggiunto all’inizio del ‘23) e quindi con l’ingresso nel fascismo dì personaggi come Alfredo Cucco e Angelo Abisso, indubbiamente uomini dì prestigio, ma pesantemente invischiati in una politica clientelare e mafiosa. Il fatto poi che i nazionalisti erano molto forti in Sicilia fece sì che, nella lotta per l’accaparramento dei posti di direzione, questi ultimi ebbero il sopravvento; non è casuale che segretario provinciale del Partito nel capoluogo siciliano, fu in quegli anni Alfredo Cucco.

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