GLI IMPUTATI

GERLANDO ALBERTI. Rappresentante della vecchia mafia (é nato a Palermo il 18 settembre 1923) é definito dagli stessi giudici «personaggio enfatizzato da parte delle forze di polizia e degli organi di stampa», anche se indiscusso protagonista delle cronache giudiziarie degli ultimi decenni.Pur essendo, infatti da considerare rappresentante della mafia vincente, Alberti non gode più di molto prestigio perché i corleonesi lo avrebbero "mollato". La prova di ciò sarebbe il tentativo di ucciderlo messo in atto all’Ucciardone il 9 febbraio del 1983, dove Alberti, conosciuto col soprannome di "Paccaré", si trovava sin dai tempi della scoperta del suo laboratorio di eroina di Carini, avvenuta il 25 agosto del 1980. Nel 1973 Leonardo Vitale, nelle sue confessioni, indica Alberti come appartenente alla famiglia di Porta Nuova, in subordine al capo Pippo Caló (v.). Tre anni prima, il 17 giugno del 1970, la polizia aveva avuto modo di verificare il suo "peso" nell’organizzazione. Lo aveva arrestato a Milano insieme a parecchi pezzi da 90: Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calderone, boss di Catania, Tommaso Buscetta (v.) e Salvatore Greco "Cicchiteddu", il capo mafia morto poi in Sudamerica.

Le rivelazioni del boss di Riesi. Di Cristina, lo definiscono «rappresentante dell’ala moderata di Cosa Nostra insieme con Badalamenti e Bontate». Sono noti i suoi collegamenti con i trafficanti napoletani e soprattutto con quelli medio-orientali. Alberti é uno dei siciliani che entrano nell’inchiesta su armi e droga conclusa a Trento dal giudice Palermo. Ha sulle spalle altre due condanne: una per il laboratorio di eroina di Carini e l’altra per l’omicidio di un collaboratore della polizia che ne agevolò la scoperta. In carcere, dicono i giudici di Palermo, ha cominciato a simulare la pazzia per alleggerire la sua posizione.

 

PIPPO CALÒ. Cassiere riconosciuto della mafia, é nato a Palermo il 30 settembre 1931.

La polizia palermitana lo ha ignorato per anni, da quando cioè si era dato alla latitanza perché indicato come uno dei responsabili del sequestro dell’ingegnere Luciano Cassina, figlio del conte Arturo, rapito il 16 agosto del ‘72 e rilasciato dopo il pagamento del riscatto di circa due miliardi. All’epoca, Pippo Calò era già un esponente di spicco della famiglia di Porta Nuova. A farlo entrare in quell’inchiesta fu Leonardo Vitale, il primo pentito della mafia. Quando scattarono gli arresti, però, Pippo Calò non fu trovato nel suo regno di piazza Indipendenza. Era già uccel di bosco. Di lui non si parlò più per almeno 15 anni ma in tutto questo tempo il boss non se ne è stato con le mani in mano. La polizia lo riscopre nel 1982. Vive a Roma ed é diventato potentissimo. Ha saputo tessere una fitta rete di interessi che passa per i grandi affari, la malavita romana, la mafia, la camorra e alcuni gruppi dell’eversione nera. Ha messo radici perfino negli ambienti inquinati dei servizi segreti. I pentiti lo definiscono un uomo per tutte le stagioni. La sua personalità infatti é multiforme e per certi versi contraddittoria. Da una parte, viene indicato come il cervello finanziario della mafia collegato ai boss americani, ai Bono, ai Catalano, ai responsabili del blitz di San Valentino. Dall’altra, sarebbe addirittura implicato in una nuova strategia eversiva, se sono esatte le conclusioni alle quali sono giunti i giudici che indagano sulla strage di Natale a Bologna. Quell’attentato, secondo i magistrati, farebbe parte di un unico disegno eversivo che avrebbe per protagonisti personaggi della camorra, del terrorismo nero e della stessa mafia. Alcuni timer, simili a quello usato per fare esplodere la carica sul treno, sono stati trovati nel rifugio di uno degli uomini del boss palermitano. E detenuto dal 19 marzo del 1985.

ANTONIO NENÉ GERACI. I pentiti affermano che Geraci (esponente di primo piano della famiglia Cinisi Partinico, nato nel gennaio del ‘17) ha preso il posto di Tano Badalamenti quando questi fu allontanato dalla Commissione. Dei grandi capi é uno dei pochi a trovarsi in carcere dal 19 novembre de 1984. I giudici di Palermo lo hanno rinviato a giudizio per una serie impressionante di omicidi. Praticamente tutti quelli decretati dalla Commissione. Domina su una zona molto vasta che da Cinisi e Passo di Rigano si estende fino a Partinico.

MICHELE GRECO. Capo della famiglia di Croceverde Giardini e Ciaculli e, secondo quanto riferisce Buscetta (v.), capo dell’intera Commissione, nasce a Palermo il 12 maggio del 1924. É conosciuto col nomignolo di "papa" cioè potente: colui che tutto può. Il suo consigliere é il fratello Salvatore, descritto come uomo riflessivo e pieno di carisma, al punto di meritare il soprannome di "senatore".

Prima dell’esplosione della guerra di mafia, cioè fino al 1980, don Michele era praticamente sconosciuto: nessuno si occupava di lui ed era uno dei pochi Greco ad essere ancora in possesso del passaporto.

Fu il commissario Ninni Cassarà il primo ad interessarsi di lui e delle sue attività e, come risultato di accurate indagini, gli intestò un rapporto giudiziario passato alla storia come il rapporto a carico di «Michele Greco più 161». Un’indagine che piacque molto al generale Dalla Chiesa tanto che la avocò a sé e sollecitò personalmente i relativi provvedimenti giudiziari. In quel rapporto ci sono tutte le basi di quello che diverrà il maxiprocesso: viene spiegata la guerra di mafia, si fa fede sui più importanti delitti ma, soprattutto, compare per la prima volta il fenomeno che ha condotto a una svolta storica la lotta contro la mafia: il pentitismo.

Furono in tanti a collaborare a quell’inchiesta, anche se allora non si parlava di pentiti veri e propri ma solo di fonti confidenziali. Tutti, comunque, concordarono nell’attribuire a Michele Greco il ruolo di Capo della Commissione. Hiassan, il libanese infiltrato dalla polizia nella cosca di Ciaculli, raccontò ai giudici che indagavano sul delitto Chinnici che quel delitto non fu preannunciato da Scarpisi e Rabit, due "soldati" della mafia che dicevano di lavorare per conto dei Greco». Al processo di Caltanissetta il papa e il senatore furono condannnati all’ergastolo.

Il colpo di grazia a Michele Greco fu dato dai due superpentiti Buscetta e Contomo (v.). Alcune rivelazioni circostanziate rivelarono ai magistrati inquirenti un don Michele totalmente inedito. Non più monarca assoluto della mafia ma, come dice Buscetta, «completatamene in mano ai corleonesi», tanto da lasciare l’iniziativa a Riina (v.) e Provenzano (v.) e, soprattutto, a suo nipote Pino "Scarpazzedda", il genio "militare" della famig1ia. Don Michele é ormai latitante da quattro anni. .

LUCIANO LIGGIO. É nato a Corleone il 6 gennaio 1925. Sessantuno anni, dunque, la maggior parte dei quali trascorsi tra carcere e

latitanza. "Lucianeddu", così viene chiamato Liggio, é stato uno dei protagonisti principali del cambiamento dell’onorata società da fenomeno limitato alla campagna a grande holding degli affari internazionali. Adesso, a distanza di decenni, i giudici hanno potuto finalmente ricostruire la storia criminale di questo personaggio unico nel panorama mafioso siciliano.

Sin da giovane aveva dato prova di lungimiranza quando, ancora sconosciuto, aveva fatto il suo ingresso nel mondo dei subappalti.

Liggio, infatti, ottenne dal Comune di Corleone di poter gestire il trasporto del materiale di risulta di alcune opere pubbliche. Spietato con i suoi nemici, con quanti costituivano intralcio ai suoi affari e alla scalata all'interno di Cosa Nostra, Liggio é accusato dai magistrati di una serie impressionante di omicidi. A cominciare da quello che gli consentì di diventare il numero uno a Corleone: l'eliminazione del medico Michele Navarra, capomafia prima di lui. Buscetta (v.) dice che l'agguato fu condotto da Liggio in prima persona. Siamo agli inizi degli anni '60: Liggio comincia la sua battaglia per il dominio assoluto di tutta l'organizzazione mafiosa. Contesta i vecchi capimafia che proibiscono i sequestri di persona e in breve mette su una vera e propria industria del sequestro con ramificazioni in tutta Italia. Nulla ferma l’irresistibile ascesa di don Luciano. Catturato a Corleone nel '63 rimane in carcere fino al '69 quando viene assolto nel processo di Bari. Proposto per il confino ottiene di essere trasportato alla clinica Santa Margherita da dove prende di nuovo il volo mettendo nei guai l'allora questore di Palermo Zamparelli.

Buscetta, Contorno (v), Melluso, Epaminonda ed altri pentiti dicono di lui cose tremende. Che ha fatto uccidere il maresciallo Sorino a Palermo e il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione nel ’71. Anche Giuseppe Di Cristina, il boss di Riesi assassinato nel ’78 a Palermo, parla di Liggio 8tornato in carcere nel marzo del ’74) nelle sue confessioni ai carabinieri.Racconta di un summit avvenuto a Palermo nel 77: la cosiddetta riunione dei 22. Con quella confessione Di Cristina segna la sua condanna a morte attaccando don Luciano ed accusandolo di essere la mente che gestiva l’industria dei sequestri. Ma ai carabinieri Di Cristina dice anche di più: "Liggio si appresta ad evadere", confessa, "e vuole uccidere il giudice Terranova". L’evasione non ci sarà ma Terranova verrà ucciso l’anno successivo.

I giudici che hanno scritto l’ordinanza di rinvio a giudizio, del maxiprocesso lo definiscono "ancora oggi il capo incontrastato". Al processo che inizierà il 10 febbraio, Liggio è accusato degli omicidi del maresciallo Sorino, del giudice Terranova, del procuratore Scaglione, del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, oltre che di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Lui, nel corso dell'istruttoria, non ha dimostrato di essere eccessivamente preoccupato, tanto che ai magistrali che erano andati ad interrogarlo ha risposto ironicamente: "Voi siete quelli che vi manda Buscetta. Non abbiamo nulla da dirci». E se ne è tornato nella sua cella nel carcere di Nuoro che lo ospita dall'ottobre dell'84.

FRANCESCO MADONIA. É il padre di Giuseppe Madonia un dei mafiosi condannati per l'assassinio del capitano dei carabinieri Basile (v.). Francesco Madonia nato il 31 marzo del 1924, capo della zona di San Lorenzo-Pallavicino, era conosciuto dagli investigatori fin dal ’71 per una serie di attentati dinamitardi compiuti contro il Comune e l'assessorato all'Agricoltura di Palermo. Per quegli attentati Madonna era stato arrestato e processato, ma ne uscì con l'assoluzione. Anche la sua famiglia è legata ai corleonesi. Francesco Madonia é latitante dai tempi dell'omicidio Basile.

IGNAZIO MOTISI. Quando Buscetta (v.) rivelò ai giudici che il palermitano Ignazio Motisi, membro della mafia di Altofonte faceva parte, della "Commissione", i magistrati restarono sorpresi. Nessuno, neppure gli investigatori, potevano supporre che il sessantaduenne boss della borgata di Olio di Lino potesse avere tanto potere all'interno di Cosa Nostra. Motisi era sempre rimasto nell'ombra. A riportarlo all'attenzione degli inquirenti ci hanno pensato i pentiti. Grande alleato di Riina (v.) e Provenzano (v.) é anche lui latitante dall'84.

BERNARDO PROVENZANO. É nato a Corleone il 31 gennaio del 1933. Appartiene al clan Corleone-Altofonte-San Giuseppe Iato. I pentiti nel raccontare questi ultimi anni della guerra di mafia lo descrivono come una sorta di "alter ego" di Salvatore Riina (v.). Quando manca Riina é Provenzano a dirigere l'orchestra. E in clandestinità da tempo immemorabile. La foto segnaletica in possesso degli investigatori risale a quando don Bernardo aveva poco meno di trent'anni. É l'esponente della commissione meno noto agii inquirenti.

ROSARIO RICCOBONO. Capo riconosciuto della famiglia di Partanna, legato a doppio filo ai corleonesi. Però anche lui é un amico di Buscetta (v.). Nell'ordinanza di rinvio a giudizio i magistrati palermitani lo descrivono come un buon organizzatore in grado di apprestare in breve tempo un'ottima "forza militare". Per questo in seno all'organizzazione é conosciuto con il nomignolo di "Terrorista". Buscetta dice che la strage della circonvallazione (v) non poteva essere fatta se non con il suo consenso e con il suo apporto strategico perché egli era l'uomo al quale apparteneva quel territorio. Riccobono, nato a Palermo il 10 febbraio del 1929, é latitante dall'ottobre dell'84.

SALVATORE RIINA. Viene considerato il capo della famiglia dei corleonesi da quando Luciano Liggio (v.) é finito in carcere nel marzo del '74. Si può dire che Riina (nato a Corleone il 16 novembre 1930) abbia fatto da sempre il mestiere di latitante. La polizia lo cerca da vent'anni e di lui non ha neppure una foto recente. Sulla sua personalità si é creato un alone di leggenda: gli si attribuiscono un'intelligenza pronta e una furbizia non comune nella gestione degli affari di Cosa Nostra, soprattutto nel traffico degli stupefacenti.

La sua forza, dicono i pentiti, sta proprio nella riservatezza con la quale ha saputo coprire per lungo tempo se stesso e la sua ''famiglia''. Stefano Bontate (v.) lo riteneva l'uomo più pericoloso all'intemo della Commissione (v.). E non sbagliava. É lui, infatti, che ha guidato i corleonesi al vertice di Cosa Nostra e che, giorno dopo giorno, ha tolto potere al clan di Bontate-Badalamenti ed Inzerillo (v.), fino ad estrometterli del tutto dalle più importanti decisioni prese dalla Commissione. Dalla latitanza ha sempre governato la sua cosca. Ed é riuscito anche a fare dell'altro: a sposarsi, per esempio. La partecipazione di nozze fu rinvenuta in un appartamento della borgata di San Lorenzo, a Palermo, agli inizi degli anni '70. Sua moglie é Antonietta Bagarella (sorella di Leo Luca) prima donna ad essere stata condannata al soggiorno obbligato. Secondo Buscetta (v.), Totò Riina é forse più importante, nella gerarchia di Cosa Nostra, dello stesso Michele Greco (v.).

ANTONIO SALAMONE. Originario di San Giuseppe Iato dove é nato nel febbraio del '18, appartiene alla famiglia dei corleonesi. Salamone rappresenta ''il ponte'' tra la famiglia Corleone e i boss d'oltreatlantico per il traffico della droga. É un personaggio contraddittorio: legato ai corleonesi é però amico di Buscetta (v.). E a lui, infatti, che si rivolge Buscetta per sapere cosa stia accadendo in Sicilia quando vengono assassinati i due boss "moderati" Bontate (v.) e Inzerillo (v.), É in carcere dal 1984.

SALVATORE SCAGLIONE. É l'esponente di spicco della famiglia di Porta Nuova a Palermo dove é nato nell'aprile del 1940. Di lui si sa poco. È scomparso da molti anni, alcuni dicono che sia morto, altri, soprattutto i pentiti, dicono che preferisce la clandestinità. A Palermo é conosciuto con il soprannome di "Totò il pugile" perché da ragazzo faceva la boxe e in un incontro ci rimise il setto nasale. I pentiti dicono anche che a Palermo Scaglione controlla alcune imprese di costruzione affidate a vari prestanome. E’ in clandestinità.

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