GLI OMICIDI
21 luglio 1979. ASSASSINIO DEL COMMISSARIO GIULIANO
Giorgio Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, fu assassinato da un killer solitario all'interno del bar Lux, nella centralissima via Di Blasi. Il funzionario era alla cassa per pagare un caffè quando entrò un giovane basso e tarchiato che estrasse una 7,65 e sparò alcuni colpi a distanza ravvicinata. Poi, con calma, i colpi di grazia. Il killer si allontanò in tutta tranquillità. Non si sa neppure se ad attenderlo ci fosse un complice. Si legge nell'ordinanza di rinvio a giudizio: «L'omicidio Giuliano rappresenta il primo, vero segnale che le cosche mafiose si erano organizzate ed erano divenute potentissime, grazie al traffico degli stupefacenti e ai dieci anni di pressoché totale disattenzione verso il fenomeno mafioso». L'assassinio dei commissario palermitano segna anche l'inizio della guerra che le "famiglie" avrebbero poi portato avanti contro quei funzionari dello Stato ' che, agendo «in stato di sostanziale isolamento e circondati da generale scetticismo» (sono sempre parole dei giudici dell'ufficio istruzione di Palermo) rappresentavano un serio ostacolo al loro strapotere. Qualche tempo prima di morire Giuliano aveva conseguito notevoli risultati nelle indagini sul traffico degli stupefacenti e sul riciclaggio dei narcodollari. Aveva messo le mani su una valigia proveniente dagli Stati Uniti che conteneva mezzo milione di dollari in banconote. Ed aveva scoperto il nascondiglio del "corleonese" Leoluca Bagarella in via Pecori Giraldi. In quel covo Giuliano trovò anche un ,vero e proprio deposito di eroina, documenti e armi. Non c'è nessuno rinviato a giudizio come esecutore materiale del delitto, ma i giudici palermitani hanno chiamato a rispondere come mandanti dell'omicidio Michele Greco (v.), Salvatore Riina (v.), Bernardo Provenzano (v.), Bernardo Brusca, Salvatore Scaglione (v.), Giuseppe Calò (v.), Francesco Madonia (v.), Antonio Nené Geraci (v.), Ignazio Motisi (v.), Giovanni Scaduto (v.), Pino Greco "scarpezzedda", Andrea Di Carlo e Leonardo Greco che, tra il 1979 e l'80, facevano parte della "Commissione", l'organismo dirigente di Cosa Nostra.
5 maggio 1980. ASSASSINIO DEL CAPITANO EMANUELE BASILE
Emanuele Basile, comandante la compagnia dei carabinieri di Monreale, fu ucciso la sera del 5 maggio 1980 mentre, a fianco della moglie e con in braccio la figlioletta, stava rientrando nella caserma di via Delero. Monreale quella sera era in festa e le strade erano ancora molto affollate. I tre killer che freddarono il capitano Basile poterono, dunque, allontanarsi indisturbati.
I giudici palermitani sostengono che Basile fu ucciso perché aveva continuato le indagini che stava svolgendo il commissario Giuliano quando venne assassinato. Nell'ordinanza del maxiprocesso ,viene ricordata in particolare una operazione che il capitano dell'Arma compì il 6 febbraio dell'80 quando arrestò, solo su sua iniziativa, alcuni mafiosi che rappresentavano lo stato maggiore della cosca corleonese.
I mandanti dell'omicidio Basile sono dunque gli stessi che devono rispondere del delitto Giuliano, ad eccezione di Andrea Di Carlo che nel maggio dell'80 era in carcere. Gli esecutori materiali dell'assassinio del comandante della compagnia dei carabinieri di Monreale, Armando Bonanno, Giuseppe Madonia e Vincenzo Puccio, assolti in primo grado e scarcerati dopo la sentenza, sono stati condannati all'ergastolo in appello ma non sono finiti in carcere: i tre sono latitanti.
23 aprile 1981. ASSASSINIO DEL BOSS STEFANO BONTATE
La sera del 23 aprile del 1981, alle undici e mezzo, un commando mafioso armato di lupara e kalashnikov tende un agguato in via Aloi al boss di Villagrazia Stefano Bontate. Viene così assassinato il numero uno della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra. É il segnale che le "famiglie" avevano rotto la "pax mafiosa" che durava da più di dieci anni. Non fu un omicidio facile. Per uccidere Bontate furono necessari lunghi preparativi e il tradimento di alcuni fra i suoi uomini più fidati. Bontate fu il primo a cadere. Da quella sera di aprile si é aperto, in seno alla mafia, uno sterminio senza precedenti che va avanti ormai da cinque anni e che non si é ancora esaurito del tutto.
É Buscetta (v.), che ha raccontato ai giudici di Palermo come e perché fu eliminato il boss di Villagrazia. Secondo il superpentito Bontate fu ucciso per ordine della "Commissione" della quale faceva parte la stessa vittima. I falchi della "Commissione", i Greco e i corleonesi, si allearono e sentenziarono la morte del principale esponente dell' "ala moderata", iniziando così la scalata per la conquista assoluta di Cosa Nostra.
Per il delitto Bontate sono stati rinviati a giudizio come esecutori materiali Pino Greco, Mario Prestifilippo ,Pietro Loiacono e Pino Lucchese. Come mandanti: :Michele e Salvatore Greco(v.), Salvatore Riina (v.), Rosario Riccobono (v.), Filippo Marchese, Pietro Vernengo, Bernardo Provenzano (v.), Bernardo Brusca ,Salvatore Scaglione (v.) Pippo Calò (v.), Francesco Madonia (v.),.Antonio Nenè Geraci (v.), Giovanni Scaduto (v.), Salvatore, Montalto, Francesco Bonura, Salvatore Buscemi, Ignazio e G. Battista Pullarà, Pino Savoca, Salvatore Cucuzza, Giovanni Carollo, Ignazio Motisi (v.), Giuseppe Bono.
11 Maggio 1981. ASSASSINIO DEL BOSS SALVATORE INZERILLO
Quella sera Totuccio Inzerillo era stato ad un convegno amoroso. Quando lasciò la sua donna trovò ad attenderlo una squadra di killer nascosti in un furgone parcheggiato in via Brunelleschi. Lo fulminarono coi kalashnikv prima che il boss potesse entrare nella sua Alfa blindata e mettere mano alla 357 magnum che portava sempre con sé. Era l'11 maggio del 1981.
Ucciso Stefano Bontate, i nemici del boss di Villagrazia non potevano lasciare in vita i suoi più stretti alleati. Ed uno di questi era proprio Totuccio Inzerillo, capomafia della borgata Uditore-Passo di Rigano. Era lui, affermano i magistrati inquirenti, che teneva i rapporti con gli americani nel traffico degli stupefacenti e ciò gli aveva dato sicurezza e potere. Nellordinanza i giudici affermano anche che Inzerillo non temeva di essere ucciso dal momento che doveva ancora pagare ai corleonesi il prezzo di 50 chili di eroina. Con l'assassinio di Inzerillo veniva praticamente decapitata la schiera degli aperti oppositori dei Greco e del clan di Corleone.
Accusati della morte di Inzerillo sono gli stessi dell'omicidio Bontate ( tranne Giuseppe Lucchese), con in più Leonardo Greco, nuovo boss emergente e Giuseppe Montalto, figlio di Salvatore, l'uomo che accompagnò Inzerillo davanti ai suoi assassini.
16 giugno 1982. STRAGE DELLA CIRCONVALLAZIONE
Nella prima mattinata del 16 giugno '82, scortato da tre carabinieri, il mafioso catanese Alfio Ferlito viene trasferito dal carcere di Enna, nel quale era detenuto, al carcere di Trapani. Giunta all'altezza di via Ugo La Malfa, la Mercedes sulla quale si trovava Ferlito viene assalita da tre killer armati di kalashnikov. Oltre al mafioso catanese grande alleato di Bontate e Inzerillo, vengono assassinati anche i tre carabinieri di scorta e l'autista. Una strage che fece molto clamore.
I giudici, con l'aiuto di alcuni pentiti, hanno potuto ricostruire buona parte di quella vicenda e dare un significato a quella strage apparentemente assurda. Nell'ordinanza, infatti, i magistrati palermitani affermano che quella strage segnò il suggello dellavvenuta fusione tra le famiglie palermitane vincenti nella guerra di mafia e il clan di Benedetto Santapaola, astro nascente della mafia catanese.
Pino Greco, Mario Prestifilippo e Benedetto Santapaola sarebbero, secondo i giudici, gli autori materiali della strage. Avrebbero impugnato i kalashnikov; per ordine di Michele e Salvatore Greco (v.), Salvatore Riina (v.), Rosario Riccobono (v.) Filippo Marchese, Pietro Vernengo, Bernardo Provenzano (v.), Bernardo Brusca. Salvatore Scaglione (v.) Pippo Calò (v.), Francesco Madonia (v.), Nenè Geraci (v.) Giovanni Scaduto (v.) ,Ignazio Motisi (v.), Leonardo Greco, Andrea Di Carlo.
11 agosto 1982. ASSASSINIO DEL PROFESSOR PAOLO GIACCONE
Paolo Giaccone, medico legale, professionista onesto e stimato fu ucciso in un agguato alle 8,15 di una mattina di agosto dell'82, nei viali dell'Istituto di Medicina legale del Policlinico di Palermo.
La storia di questo omicidio é stata raccontata da un pentito, Vincenzo Sinagra, che ha fatto nome e cognome di colui che materialmente sparò a Paolo Giaccone. E una delle pagine più crude della maxiordinanza. Un professionista muore, dicono i giudici, perché si rifiuta di scendere a compromessi con i mafiosi. Medico legale, Giaccone era stato incaricato dal tribunale di Palermo di compiere una perizia su una impronta trovata sull'auto di alcuni mafiosi. Messa a confronto questa impronta con quella rivenuta su un'auto che fu usata nella strage di Bagheria, Giaccone affermò senza ombra di dubbio che l'impronta era la stessa ed apparteneva a Giuseppe Marchese. Il professor Giaccone fu allora "consigliato di ammorbidire" gli esiti di quella perizia in modo da lasciare spazio alla difesa. Il professionista rifiutò, dicono i giudici, e fu ucciso.
Salvatore Rotolo é stato rinviato a giudizio dai giudici siciliani come esecutore materiale del delitto. Come mandanti i magistrati hanno indicato: Filippo Marchese, Angelo Baiamonte, Michele e Salvatore Greco (v.), Salvatore Riina (v.), Rosario Riccobono (v.), Pietro Vernengo, Giuseppe Greco, Mario Prestifilippo, Bernardo Provenzano (v.), Bernardo Brusca, Salvatore Scaglione (v.), Pippo Calò (v.) Francesco Madonia (v.), Antonio Nené Geraci (v.), Giovanni Scaduto, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Ignazio Pullarà, Giuseppe Savoca, Salvatore Cucuzza, Giovanni Corallo, Giuseppe Bono, Ignazio Motisi (v.), Andrea Di Carlo.
3 settembre 1982, ASSASSINIO DEL GENERALE DALLA CHIESA
Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa era arrivato a Palermo nel maggio dell'82 con il compito di coordinare la lotta alla mafia. Sei mesi dopo, una sera di settembre, il generale, insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all' agente Domenico Russo, viene assassinato.
L'omicidio Dalla Chiesa rappresenta la grande sfida lanciata dalla mafia allo Stato. Nell'ordinanza dei giudici di Palermo ben 276 pagine sono dedicate all'eccidio di via Carini.
I giudici hanno dipinto un quadro di quella vicenda a dir poco inquietante: la solitudine del generale, i suoi sospetti, la delusione per gli aiuti promessi e mai concessi, la sfiducia per uno Stato assente, l'ostilità di una parte della città e di una classe politica e imprenditoriale compromessa.
Agli occhi della mafia, scrivono i giudici, «Dalla Chiesa impersonava se stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l'autorità dello Stato». Anche il mondo imprenditoriale siciliano venne coinvolto nelle indagini sull'eccidio di via Carini. I giudici sono partiti dall'affermazione che Dalla Chiesa fece a Giorgio Bocca nell'intervista che precedette di poco la sua morte. «Col consenso della mafia palermitana - disse Dalla Chiesa - le quattro maggiori imprese catanesi lavorano oggi a Palermo». Da queste parole partì un filone di indagini che si é indirizzato verso i maggiori gruppi imprenditoriali della Sicilia orientale, quelli che fanno capo ai cavalieri del lavoro Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro. Ai "cavalieri" i giudici hanno dedicato un centinaio di pagine dell'ordinanza. Vi sono descritte una serie di vicende che non hanno alcun rapporto diretto con la morte di Dalla Chiesa ma servono a comprendere meglio il contesto, il quadro complessivo in cui sono maturate le condizioni per la strage di via Carini.
L'inchiesta ha accertato una zona di continuità tra arie imprenditoriali e forze criminali, l'esistenza di un asse mafiosa Palermo- Catania.
Contro i cavalieri i giudici non hanno preso alcuna iniziativa giudiziaria. «Non si può dire», scrivono «che l'intervista [a Giorgio Bocca ndr] abbia segnato la fine di Dalla Chiesa ma é la dimostrazione più chiara che in pochissimo tempo aveva compreso i dinamismi e le evoluzioni della mafia».
Tra le carte del processo c'è anche un promemoria autografo del generale nel quale le sigle dei nomi di alcuni imprenditori sono accostate a quelli di boss come Nitto Santapaola ed esponenti del clan dei Ferrera. Le successive indagini hanno confermato quella intuizione: i giudici hanno trovato molte "zone di contiguità", provate da notizie e anche da fotografie.
Rinviati a giudizio come mandanti per il delitto Dalla Chiesa sono: Michele e Salvatore Greco (v.), Salvatore Riina (v.), Rosario Riccobono (v), Filippo Marchese, Pietro Vernengo, Pino Greco, Mario Giovanni Prestifilippo, Bernardo Provenzano (v.), Bernardo Brusca, Salvatore Scaglione (v.), Antonio Geraci (v.), Pippo Calò (v), Giovanni Scaduto, Ignazio Motisi (v.),.Andrea Di Carlo. Come esecutori: Benedetto Santapaola, Mario Prestifilippo, descritto come uno dei killer più efficienti della mafia e Pino Greco "Scarpazzedda".
14 novembre 1982. ASSASSINIO DELL'AGENTE CALOGERO ZUCCHETTO
Lillo Zucchetto era un agente della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo. Fu assassinato la sera del 14 novembre 1982 in via Notarbartolo, davanti al bar Collica. Zucchetto era uno dei più fidati collaboratori del commissario Ninni Cassarà, anche lui ucciso dalla mafia tre anni dopo, nel 1985.
La morte dell'agente, sostengono i magistrati, é una vendetta delle cosche nei confronti di un poliziotto "troppo zelante". Zucchetto, infatti, conosceva benissimo i nomi e i volti di tanti mafiosi e delinquenti comuni. Conosceva perfettamente strade, viottoli e trazzere delle borgate palermitane dove si nascondono i latitanti di mafia. Sette giorni prima che venisse assassinato, il giovane agente aveva permesso ai suoi colleghi della squadra mobile di catturare Salvatore Montalto, ex braccio destro di Inzerillo, poi passato ai corleonesi. Durante gli appostamenti nelle campagne fra Villabate e Ciaculli che precedettero il blitz contro Montalto, Zucchetto fu visto da più di un mafioso: «Insieme al commissario Cassarà, raccontano i giudici palermitani, Zucchetto si trovò faccia a faccia con Pino Greco uno dei suoi presunti killer». Temo che mi abbia riconosciuto, confessò l'agente al suo superiore. Non si sbagliava. Tre giorni dopo venne assassinato.
Fra gli esecutori materiali dell'omicidio dell'agente, i giudici hanno indicato Mario Prestifilippo e Pino Greco. Fra i mandanti: Michele e Salvatore Greco (v.), Salvatore Riina (v.), Rosario Riccobono (v.), Filippo Marchese, Pietro Vernengo, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano (v.), Salvatore Scaglione (v.), Pippo Calò (v.), Francesco Madonia (v.), Antonio Nené Geraci (v.), Giovanni Scaduto, Salvatore Buscemi, Ignazio Pullarà, Giuseppe Savoca Salvatore Cucuzza, Giovanni Corallo, Giuseppe Bono, Ignazio Motisi (v.), Andrea Di Carlo.
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