I carusi di Lercara

Marcello Cìmino mi invia a Lercara, per tenervi un comizio, poche settimane dopo la conclusione del processo ai negrieri di carusì, così efficacemente descritto da Calogero Roxas nella rivista Rinascita meridionale:
«.., Era imputato un nemico dei lavoratori, un "notabile" e uno sfruttatore, il padrone delle miniere di Lercara. Suoi accusatori sono stati ragazzi di nove, dieci e undici anni (...), Nelle carte del processo è narrata a lettere di sudore e di sangue la storia e la lotta di questi carusi . Già altre volte le condizioni di vita e di lavoro, di sfruttamento disumano dei ragazzi delle miniere siciliane erano state oggetto di denuncia da parte degli uomini di cuore (...). Così, nel 1876, Franchetti e Sonnino sentirono il bisogno di aggiungere alla loro celebre inchiesta sulla Sicilia un capitolo suppletivo per trattare il problema dei carusi nelle zolfare.
(...) Questi ragazzi, detti carusi , si impiegano dai sette anni in su. Il maggiore numero di essi conta dagli otto agli undici anni. Essi percorrono con i carichi di minerale sulle spalle le strette gallerie, scavate a scalini nel monte con pendenze a volte ripidissime e di cui l’angolo varia in media dai cinquanta agli ottanta gradi. I fanciulli lavorano sotto terra dalle otto alle dieci ore al giorno, dovendo fare un determinato numero di carichi fino alla bustarella, che viene formata all’aria aperta. I più piccoli portano sulle spalle, incredibile a dirsi, pesi da 25 a 35chili e quelli di 16 o 18 anni fino a 70 o 80 chili... Vedemmo una schiera di questi carusi che usciva dalla bocca di una galleria dove la temperatura é altissima : passava i 40 gradi Réaumur. Nudi affatto, grondanti sudore e contratti sotto i gravissimi pesi che portavano, dopo essersi arrampicati su, con quella temperatura caldissima, per una salita di un centinaio di metri sotto terra, questi corpicini, stanchi ed estenuati, uscivano all’aria aperta, dove dovevano percorrere un’altra cinquantina ceste e le caricavano sui ragazzi che, correndo, le traevano alla bocca dei calcheroni, dove un altro operaio li sorvegliava, gridando questo,spingendo quello, dando ogni tanto una sferzata a chi si muoveva più lento...
Con il processo di Lercara, un nuovo documento si aggiunse ai tanti che erano venuti prima, ma è un documento scritto dai lavoratori e infatti il processo contro il padrone Ferrara, l’hanno scritto e fatto i carusi con le loro descrizioni, le loro testimonianze e soprattutto con le loro lotte... Da questi carusi, nello stile secco e burocratico dei verbali di interrogatorio, balza viva, non soltanto la denuncia di condizioni incredibili di bestiale sfruttamento, ma soprattutto viene fuori una coscienza e la volontà dì questi giovani di vivere da uomini e non da schiavi (....) Il processo consta dì tre parti:  gli interrogatori dei carusi e dei loro parenti fatti dal pretore e dal giudice istruttore ,gli interrogatori dei capimastri, i caporali, e le perizie mediche ordinare dall’autorità giudiziaria.
Ecco l’interrogatorio di Carmelo Di Marco: "Io ero addetto al trasporto dello zolfo, a mezzo di calderelle, dai mucchi che vengono ammassati dopo che viene scaricato dai vagoncini, fino ai calcheroni dove avviene la combustione del medesimo. La distanza da tale mucchio ai tra i quali Beppe Modica, i quali appena eravamo un po’ più lenti ci battevano con tubi di gomma. Il mio salario era dì L 250 al giorno. Avevo mezz’ora per mangiare, alle dieci del mattino.-".
Sentiamo quello che dice al giudice istruttore Beniamino Minutella-di anni 14; "Ero addetto a scavare col piccone il piano dei fossati, per abbassarne il livello al fine di procurare la fuoruscita dell’acqua. Per tale lavoro ero costretto a stare con acqua che mi arrivava ai ginocchi.
Il lavoro iniziava alle 16 e terminava alle 4 di notte. A causa dell’umidità e della polvere che si respira, spesso gli occhi si infiammano e bruciano al punto che si è costretti ad andare all’aperto. Succede spesso che il Ferrara, alle nostre rimostranze perché non ci fornisce di stivali, ci risponda: ‘State lì a crepare nell’acqua fino a farvi schiattare il cuore." Scire Loreto, di anni 13, dice: "Ero addetto al riempimento dei vagoncini dietro i forni a mezzo di sacchi. Ogni sacco contiene tre calderelle di zolfo, quindi più di 60 chili. Venni licenziato perché un giorno il sorvegliante pretese, alla fine del lavoro, che io portassi a spalla dall’interno all’esterno tre fili di ferro pesantissimi che io, essendo stanco, mi rifiutai di portare. In tale occasione, il predetto mi diede dei pugni alla mascella, cosa che del resto aveva fatto altre volte e mi licenziò".
La deposizione di Lorenzo Benedetto, di anni 13: "Lavoravo al riempimento dei calcheroni alla miniera Di Stefano, dalla mattina alle 6 fino alle 18. Per arrivare alla bocca dei forni bisognava salire 70 gradini. Sono stato percosso spesso da Giuseppe Modica. Questi un giorno mi diede un colpo di cinghia alle spalle. Essendo caduto e avendo il Modica creduto che lo facessi apposta, mi colpì al viso con un calcio, mentre mi trovavo a terra...".
Antonino Marsala, di anni 11 : "Confermo le dichiarazioni rese al pretore. Ho lavorato per oltre un anno alla miniera Stefano e alla Sociale. Ero adibito al trasporto dì caldarelle dì zolfo per 12 ore al giorno. Prima di essere assunto non fui sottoposto a visita medica. Non ero assicurato, perché non avevo 14 anni. In qualità di caruso ero addetto al trasporto di calderelle di zolfo dal peso di 35 chili". Invitato a dire come mai egli possa precisare il peso delle calderelle. il Marsala risponde:
"Dico che pesavano 35 chili, perché una volta mentre lavoravo, venne un estraneo alla miniera, il quale prese la caldarella e constatò che pesava appunto 35 chili." A domanda risponde: "Lavoravo 12 ore al giorno, dalle sei alle 18. Fui sottoposto a bastonature dai sorveglianti perché non tenevo il ritmo che si voleva tenessi. Preciso che una volta, mentre mi trovavo in miniera, Giuseppe Modica mi diede una pedata all’occhio sinistro, che mi produsse una lesione di cui ancora porto la cicatrice. Non mi feci medicare e mi limitai a fasciarmi l’occhio con un fazzoletto e continuai a lavorare...". A domanda, risponde:  La mia paga era di 250 lire al giorno".
.- Vi sono 65 deposizioni come queste e 65 perizie mediche ordinate dal Tribunale e da un collegio di medici palermitani. Eccone una:
"... Antonino Ferruggia nato il 31 dicembre 1939, altezza metri 1,54, peso 34 chili e mezzo. Mucose invisibili. Micropoliadenia diffusa latero cervicale ed inguinale. Spalla destra ipersviluppata . La flessione della colonna vertebrale non è possibile se non in maniera molto limitata. Globuli rossi 3.120.000...».
Le cartelle sfilano a decine, per descrivere fisici compromessi, anemici, minacciati, scheletri deformati, infanzie distrutte prime di diventare adolescenze...
Seguono decine di testimonianze, di relazioni e di rapporti che lo spazio ci impedisce di citare. Una però vogliamo assolutamente fare conoscere. É la deposizione dell’avv. Oddo Ancona, esponente monarchico, ex ufficiale di aviazione, che si recò a Lercara e volle interrogare e sentire personalmente come stavano le cose. Ecco la sua deposizione:"Ricordo che ebbi ad occuparmi della miniera dì Lercara, nella mia qualità di uomo politico, assieme al dott. Sorci, che prese appunti inmerito alle dichiarazioni che molti ragazzi ebbero a rilasciargli. Ricordo che due elementi soprattutto mi impressionarono e cioè il fatto che tutti i ragazzi fossero pallidi, smarriti, evidentemente stanchi ed, infine,la denuncia da loro fatta, e che del resto era cosa risaputa nell’ambiente, di non potersi allontanare durante il lavoro anche per pochi minuti, nemmeno per urgenti bisogno corporali. Se proprio non potevano farne a meno, dovevano riportare la caldarella piena, a dimostrazione dell’avvenuto bisogno, e mostrarla ai sorveglianti".
Davanti a questa valanga di accuse, come si giustificano i caporali e Ferrara, il padrone... Ecco quello che dice il caporale Girolamo Pecoraro di Antonino: "Sono innocente. L’accusa è una calunnia dei comunisti, in seguito ad un mio rifiuto di partecipare ad uno sciopero". Ed ecco Salvatore Orlando: "sono innocente dei fatti addebitatimi per non averli commessi. L’accusa è una calunnia dei comunisti". Innocente più di tutti, e si capisce, è Beppe Modica, che con la coscienza del giusto dichiara: "sono innocente. Quanto di specifico mi viene attribuito da Vincenzo Giordano, di anni 14, da Carmelo di Marco, di anni 12, da Angelo Salimbene, di anni lo, da Pietro Amato, di anni 15, da Salvatore Licata ,di anni 11, da Calogero Castronovo, di anni 15, da Pietro Di Marco, di anni 11, da Gaetano Sparacino, di anni li, da Gaetano Anzalone, di anni 14, da Domenico Salerno, di anni 12, è insussistente. Nego di avere percosso alcun operaio per nessun motivo".
Ferrara non é da meno dei suoi capimastri e, candido come un giglio, dichiara: ‘Nego ogni ‘addebito, per non averlo commesso. Tutti gli operai e i manovali delle miniere da me gestite li ho assunti tramite l’ufficio di collocamento". (.-) Ferrara Nerone come lo chiamano i carusi, si indigna a sentirsi accusare di avere fatto lavorare fanciulli:
"Se qualche ragazzo inferiore ai 14 anni afferma di avere lavorato nella miniera da me gestita egli dice il falso (sic)... Mi consta che nessun mio sorvegliante ha mai percosso gli operai (...). La verità è che tutta questa campagna di odio e di menzogne è stata architettata contro di me e la mia famiglia per urta speculazione politica".

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