I DIECI ANNI DI INDAGINI
Venerdi13 luglio 1984, aeroporto di Rio de Janeiro. Sulla pista un aereo dellAlitalia è pronto al decollo. Fra le persone che si stanno imbarcando ci sono due passeggeri particolari: il funzionario del la Criminalpol, Gianni De Gennaro, e Tommaso Buscetta, il leggendario "don Masino", membro autorevole di Cosa Nostra siciliana. Poche ore prima di salire su quellaereo Buscetta, ufficialmente estradato dal Brasile, aveva tentato di avvelenarsi con una fialetta di cianuro. Disperazione, paura per le ritorsioni che una sua "collaborazione" avrebbe innescato nei confronti della sua famiglia, la consapevolezza che ormai tutto era finito ? In quelle ore Buscetta aveva infatti già preso la decisione di collaborare con la giustizia e di aprire così un varco nei misteri della mafia.
Eppure quel venerdì 13 luglio un ultimo imprevisto rischia di mandare tutto a monte, di rimandare la partenza di Buscetta, e chissà poi cosa potrà accadere. Nonostante tutte e assicurazioni e le precauzioni, quando il funzionario della Criminalpol De Gennaro si presenta con "don Masino" al banco accettazione dell Alitalia, si scopre che nessuno ha acquistato né prenotato il biglietto aereo per Buscetta: né il consolato italiano, né lambasciata, né la polizia brasiliana. Un incredibile dimenticanza? Forse. Nessuno, comunque, a quel punto autorizza la partenza del boss per lItalia. Cosicché tocca a De Gennaro pagare, allultimo momento e di tasca propria, il biglietto aereo per il supertestimone contro Cosa Nostra.
Da allora sono passati diciannove mesi. E il prossimo 10 febbraio, nellaula bunker costruita accanto al vecchio carcere dellUcciardone, a Palermo si aprirà il più importante processo mai fatto dallo Stato italiano contro le organizzazioni mafiose. 474 imputati, grandi e piccoli, boss, killer e gregari alla sbarra. Una città in stato dassedio. Cosa Nostra allo sbando.
Autori dellistruttoria quattro giudici onesti e testardi: a cominciare da Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino, Leonardo Guarnetta e Giuseppe Di Lello Finuoli. Quaranta volumi di documenti, 8.607 pagine di sentenza che sono costate anni di lavoro, sacrifici e molto, troppo sangue. Quello del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, del capo della Squadra mobile Boris Giuliano, dellagente Calogero Zucchetto e poi quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie e dellagente Domenico Russo, del colonnello Giuseppe Russo, del giudice Cesare Terranova, del procuratore della Repubblica Gaetano Costa, dellonorevole Pio La Torre, del maresciallo Lenin Mancuso, del vicequestore Ninni Cassarà, del commissario Giuseppe Montana. Al centro del lavoro dei magistrati parlamentari quindici anni di mafia, e dunque, quindici anni di nefandezze, di morti, di sangue di guerre. Quindici anni in cui la città di Palermo ha osservato attonita inerme, a volte complice in certi suoi apparati politici e statali, lascesa delle cosche, la guerra di mafia, la potenza della "famiglia" dei "corleonesi" guidata da Luciano Liggio, leliminazione di avversari di rango come Stefano Bontade, Giuseppe Di Cristina, Salvatore Inzerillo, Pietro Marchese, Alfio Ferlito. Una guerra che "laltra Italia" ha vissuto con distacco, come fosse una cosa lontana che non la riguardava. Adesso però nessuno può più chiudere gli occhi, far finta di non sapere, di non aver visto. Adesso ci sono le prove, i documenti, le confessioni che inchiodano fatti e personaggi con nomi e cognomi. A pagina 713 della loro ordinanza di rinvio a giudizio, i quattro giudici palermitani hanno scritto: «Questo é il processo all organizzazione mafiosa denominata "Cosa Nostra", una pericolosissima associazione criminosa che, con la violazione e lintimidazione, ha seminato e semina morte e terrore».
Eppure, già dieci anni fa, questo stesso processo si sarebbe potuto fare. Dieci anni fa. Perché già allora, un modesto "uomo donore", Leonardo Vitale della "famiglia" di Altarello di Baida si presentava spontaneamente alla Squadra mobile di Palermo e svelava tutto ciò che sapeva su Cosa Nostra. Vitale era diventato mafioso passando attraverso due prove del fuoco: luccisione a sangue freddo di un cavallo al pascolo e lomicidio di un certo Vincenzo Mannino colpevole di aver riscosso delle tangenti senza aver chiesto il permesso. Non era, certo un pezzo grosso Vitale, ma di cose ne aveva viste e sentite: travagliato da una crisi dì coscienza si decise a parlare. In quei giorni Vitale scrisse in un memoriale: «Io sono stato preso in giro dalla vita, dal male che mi é piovuto addosso sin da bambino. Poi é venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però uccidere. Pazzi! ». E ancora: «la mia colpa é di essere nato, di essere ,vissuto in una famiglia di tradizioni mafiose e di essere vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati». Allora, in quel lontano marzo dei 1973, Vitale disse quasi tutto quello che poi, dieci anni dopo, hanno ripentito ai giudici Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno: parlò delle regole e degli organismi di Cosa Nostra; elencò le cosche una per una, nome per nome; si dilungò sulla composizione della "Commissione", accennò al potere inarrestabile di Pippo Calò, alla prepotente scalata al potere dei "corleonesi" guidati da Liggio, Parlò persino degli affari e delle amicizie di Vito Ciancimino. Ma nessuno indagò, nessuno gli dette ascolto, lo bollarono come pazzo e lo rinchiusero in prigione. Nessuno gli dette retta. Solo la mafia sapeva che quel che vitale aveva raccontato era la verità, E infatti il 2dicembre del 1984 - appena tornato in libertà - il piccolo "uomo donore" venne assassinato all uscita della messa a cui aveva assistito. Hanno scritto i giudici palermitani in proposito: « Nessuno, allora, seppe cogliere appieno limportanza delle confessioni del Vitale e la mafia continuò ad agire indisturbata, rafforzandosi all interno e crescendo in violenza e in ferocia».
Violenza, ferocia e morte. Una città come un campo di battaglia, Palermo come Beirut, come Chicago, come un altro pianeta. E Roma era lontana centinaia di chilometri, con tanti politici, con tanti pezzi di Stato, li, immobili, sulle loro poltrone senza muovere un dito, condizionati dagli interessi di partito, distratti dalie crisi di governo, in altri fatti affaccendati. Mentre a Palermo si moriva negli angoli delle strade, in pieno centro, fra i parcheggi delle macchine o negli agrumeti della periferia. Poi, piano piano, qualcosa di nuovo é successo. Prima un giudice, Giovanni Falcone, poi altri giudici come il consigliere istruttore Rocco Chinnici - ucciso dalla mafia due anni fa come Borsellino, Di Lello e Guarnotta che hanno affiancato Falcone in questa istruttoria.
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