IL SASSO IN BOCCA

Mafia e Cosa Nostra
di Michele Pantaleone

Industria del delitto vecchia e nuova

In questi ultimi anni le dimensioni e le attività della mania si sono venute chiarendo e le infiltrazioni nelle strutture della società sono state individuate con molta esattezza, malgrado le trasformazioni che l’affacciarsi di nuovi modi di vita ha apportato alle strutture dell’organizzazione mafiosa ed alle sue forme di azioni. A ciò hanno contribuito le numerose pubblicazioni e le campagne di stampa di questi ultimi anni, molte delle quali sono riuscite a sfatare miti e leggende ed a distruggere la falsa aureola di presunto ordine della quale si era ammantata la mafia in Sicilia in sostituzione dello Stato carente. Pubblicazioni e campagne di stampa sono servite a precisare le origini e la natura del fenomeno con maggiore aderenza alla realtà storica che l’ha determinata, e alle condizioni di ambiente nel quale si é sviluppata e organizzata in industria del delitto, fino a raggiungere l’attuale organizzazione contro la quale sono impegnate le polizie di diversi paesi, dislocate in diversi continenti; e sono servite, inoltre, a dimo-strare che la mafia siciliana - espressione di una situazione feudale in un paese di immensa miseria - ha saputo trasferire metodi e sistemi negli Stati Uniti d’America - paese di avanzato progresso tecnico e sociale - dove é diventata "racket", cioè strumento per l’accumulazione della ricchezza.
Cosi sono venute definitivamente cadendo le suggestive ma fantastiche interpretazioni che della mafia si davano in obbedienza alla tendenza dell’epoca ed anche alle interessate prese di posizione di larga parte della classe dominante, la quale teneva a presentare la mafia come fenomeno derivato dalle molte dominazioni straniere succedutesi in Sicilia (bizantina, araba, normanna, sveva, angioina, spagnuola, ecc.) e quindi conseguenza della nascita di antagonismi di razza.
Cosi come piva di fondamento storico diventa la interpretazione che si é avvolte cercato di dire alla mafia come conseguenza della dominazione spagnola, per cui si era ritenuto di trovare una analogia tra i mafiosi siciliani e i bravi di don Rodrigo, tra i killers della mafia e il Griso e il Nibbio dei Promessi Sposi, i quali erano e sono rimasti due poveri diavoli al servizio di un prepotente (l’unico nel paese, ove c’era il Borromeo), mentre i mafiosi lentamente, ma inesorabilmente, tendevano a sostituirsi il ceto padronale.
Tali interpretazioni, che a volte sono state espresse dalla esigenza della ricerca della origine del fenomeno, contenevano l’errore di creare un tipo astratto di mafioso, facilmente mimetizzabile con tutti i casi analoghi che si riteneva di riscontrare nel passato, senza peraltro contribuire alla reale conoscenza del fenomeno.Va precisato, infine, che se sul piano storico questi tentativi sono stati legittimi, non si spiegano, ed a volte non si giustificano, le comode interpretazioni di questo ultimo dopoguerra perché non sono servite a stabilire la esatta epoca di formazione dello spirito di mafiosità - la cui origine risale all’inizio del secolo scorso, cioè all’epoca dell’abolizione della feudalità -, e perché non hanno contribuito alla esatta conoscenza del fenomeno nei diversi aspetti con i quali é venuto caratterizzandosi ancora ai nostri giorni.
Oggi, l’opinione pubblica si trova a riflettere, discutere ed esaminare un fenomeno del quale fino a poco tempo fa ignorava persino l’esistenza, presentato dai moderni mezzi di diffusione quali sono il cinema e la televisione.

La forma più antica e più classica dell’industria del delitto praticata dalla mafia nel latifondo siciliano é stata l’abigeato, la tutela forzata del prodotto, la minaccia e la punizione del contadino, nel caso volesse applicate le leggi o desse fastidio al « signore », < u pizzu >, e volesse togliere all’agrario, spesso inetto e lontano, le sue terre.
Ai contadini era vietato chiedere i propri diritti di metateria e di salario, pena la fucilata a lupara sparata da dietro un cespuglio sull’assolata trazzera; era vietato rubare agli altri contadini, anche se il prodotto sottratto non spostava la quota spettante al padrone; era fatto obbligo di rispettare le usanze e le tradizioni feudali, anche se a raccolto ultimato il mezzadro rimaneva <cu l’occhi chini e li mani vacanti > (con gli occhi pieni della quantità rilevante del prodotto e le mani vuote).
I proprietari, a loro volta, erano costretti ad accettare.la protezione mafiosa, e subirne le conseguenze. Se un ingenuo proprietario, ad esempio, riteneva di poter fare a meno del campiere o dei campieri consigliati dal capo della mafia , capitava di trovare l’intero vigneto tagliato, diecine di alberi di ulivi abbattuti, proprio quando si venivano caricando del frutto. Se, per caso, assai raro, la vittima decideva di resistere o denunziava il fatto alla polizia, si vedeva mancare di li a poco interi armenti , e perché non perdesse tempo a cercarli, e non avesse dubbi sulle intenzioni degli abigeatari, gli si lasciava tra i campi una giumenta o alcuni vitelli con le gambe spezzate: il secondo avvenimento si tingeva di sangue. Quasi sempre, gli autori erano gli stessi campieri o i gabellotti a cui i proprietari avevano affidato in custodia in affitto i loro feudi. In questo stato di cose, ai primi del secolo scorso venne a formarsi una nuova borghesia agraria costituita dai gabellotti, non meno interessata a man-tenere gli antichi privilegi.
Il gabellotto imponeva esosi patti di subaffitanza e mercede ai contadini, la cui vita dipendeva soltanto dalla possibilità di trovare lavoro sulla terra. ,Ai primi del secolo questa nuova borghesia aveva acquistato una tale potenza da dominare qualsiasi attività, sia contro i contadini che nei confronti dei proprietari: chi pagava la taglia diveniva < amico> e riceveva in cambio protezione. Il gabellotto mafioso, essendo in condizione di imporre la sua volontà alle famiglie numerose che vivevano nel feudo e nel borgo, divenne presto autorevolissimo procacciatore di voti. Non a caso, al tempo del collegio unico nominale le circoscrizioni elettorali coincidevano con i territori feudali e con il dominio delle consorterie mafiose.
La potenza dei gabellotti mafiosi col tempo si rivolse anche contro gli stessi proprietari che non si vedevano pagare più l’affitto, e quando tentavano di vendere il feudo non trovavano altro compratore che lo stesso gabellotto che offriva un prezzo irrisorio. Nessun altro osava farsi avanti.
Analoga era (ed é) la situazione nelle zone a cultura intensiva: negli agrumeti della Conca d’Oro, un barattolo pieno di fango entro una scarpa o in una manica di giacca legata a sacco e appesa ad una pianta di limone era (ed é tuttora) « avvertirnento » con riferimento all’acqua per l’irrigazione ed al prodotto da vendere all’ <antista> consigliato dalla mafia. «Antisti »sono coloro che acquistano il prodotto prima della maturazione: la mafia rende insicure le campagne costringendo i produttori a vendere il prodotto < alla pianta », prima della maturazione, per timore che gli venga rubato.

In Sicilia l’acqua é proprietà privata e viene venduta agli ortofrutticultori nei periodi di <forzatura>, cioè all’epoca della seconda fioritura per i limoni per la produzione dei «verdelli», in agosto per i floricultori per i fiori destinati alle festività di novembre, a luglio per gli ortaggi estivi. Il periodo della « forzatura » è brevissimo; tutt’al più dura 20 giorni, e se in quel periodo manca l’acqua i fiori appassiscono, il frutto raggrinzisce, la verdura e gli ortaggi intristiscono e danno prodotti di pessima qualità. La mafia dell’acqua, che era (ed è) un tutt’uno con gli antisti, organizza sparatorie impedendo ai produttori di presenziare alla distribuzione dell’acqua durante i turni di notte, nei quali, quasi sempre, capita l’ortofrutticultore che ha respinto la protezione della mafia. In questi casi l’acqua del « ribelle» va a finire nell’orto del vicino o addirittura a valle nelle cisterne di altri proprietari.

Il secondo avvertimento, nel caso non avesse capito il primo, ricade sulle piante e sulle «canalette» per l’irrigazione, stroncate e distrutte; il terzo, infine, colpisce la persona.
Alcuni anni fa un contadino si rifiutò di pagare l’acqua prelevata dal fiume Torto affermando, giu-stamente, che l’acqua era demaniale. Era il mese di settembre e il contadino aveva l’im-pianto di sollevamento dell’acqua per irrigare il suo carciofeto, per avere i carciofi a dicembre, quando il prezzo é altamente remunerativo. A metà novembre, quando i carciofi erano come grossi bocciuoli di rose, al centro del carciofeto é stata tracciata una croce con una pala meccanica della larghezza di oltre tre metri; tre notti dopo, la casa di suo fratello si incendiava. Nel 1957 é stato ucciso l’agrumicultore Salvatore Sollima di Bagheria. Era il periodo della forzaturaed il Sollima venne avvertito con il solito biglietto portato da «Pitrinu u pizzinaru» (Pietro portabiglietti, pizzini), dal distributore dell’acqua. Nel biglietto era indicata l’ora, la quantità di « zappe di acqua che per contratto gli spettava. Il Sollima,all’ora indicata della notte, si recò sul terreno ad attendere l’acqua, che non venne. Furente si avviò verso la «forcella » di diramazione per constatare quale fine aveva fatto la sua acqua. Due fucilate a lupara lo lasciarono stecchito sul terreno.

«U pizzu», nel quasi incomprensibile linguaggio della mafia - incomprensibile anche agli stessi delinquenti - è il becco degli uccelli: «fari vagnari u pizzu », far bagnare il becco, si dice figurativamente per indicare l’offerta simbolica di un rinfresco, meglio di un bicchiere di vino, che si chiedeva in compenso di un lavoro fatto da « amico ». Inizialmente, ai tempi di « don » Vito Cascio Ferro, che ne fu l’inventore, « u pizzu» fu imposto al bottegaio della città: il fruttivendolo che non voleva trovarsi la merce innaffiata di petrolio, di acido o di creolina, il salumiere cui premeva l’integrità della sua vetrina, e infine qualsiasi esercente che volesse lavorare in santa pace, doveva assoggettarsi al pagamento di un tributo periodico da versare nelle mani fidate del gregario rionale della mafia. L’esercìzio di una così lucrosa attività impose una organizzazione sempre più capillare, che in seguito riuscì ad imporre limitazioni ulteriori all’altrui libertà, col solo fine di procacciare nuovi guadagni; così fu imposto ai commercianti, e particolarmente ai ciarlatani ed agli ambulanti, il sistema della « piazza assicurata », per cui la mafia impediva che nello stesso posto ove aveva ottenuto di lavorare un amico, altri venissero a fargli concorrenza. Il forzato benificiario di questo sistema veniva poi invitato a giovarsi del monopolio per aumentare i prezzi e, correlativamente, la misura del tributo da versare. Con questi metodi fu sfruttata perfino la mendicità.
Con il mutare dei tempi la mafia ha anche mutato il campo delle sue attività. Al cantiere navale di Palermo, ad esempio, la mafia non limitava la sua ingerenza solamente nella collocazione della manodopera, nei turni di lavoro e nelle ore di lavoro ordinario e straordinario. Lo sfruttamento avveniva anche presso gli spacci di consumo installati entro il cantiere, affidati ad amici. .Ancora nel 1963 ,«U pizzu » era di 20 lire ogni 100 panelle (ciambelle di farina di ceci fritte), 5 lire per ogni mezzo litro di vino, 100 lire per ogni cassetta di 10 bottiglie di bibite, 5 lire per un caffè, 30 lire per un piatto di pasta cotta, e veniva esteso ai monopoli di Stato ed a quant’altro fosse di largo consumo. E tutto ciò alla luce del sole, a conoscenza della direzione dell’azienda e degli amministratori della città che rilasciavano autorizzazioni, a danno di 1.800 operai e oltre I50 impiegati.

In America, narra Ed Reid ( Ed Reid, «La mafia», Parenti editore 1956, p. 8.) che, «all’inizio del secolo, la maggiorazione era di 5 cent sul prezzo delle banane, di 2 cent sul filoncino di pane e di 40 cent sulla carne ».
Le due organizzazioni criminali differivano nei mezzi, non nei metodi: in Sicilia, il mafioso usava il cavallo e sparava a lupara da dietro il muretto o da dietro la siepe di ficodindia, irrorava la merce con la creolina o il petrolio, sparava colpi di pistola contro la vetrina. In America, invece, usava l’automobile, il fucile a ripetizione, sventagliava , a raffiche di mitra sulla strada in pieno giorno, picchiava brutalmente il malcapitato esercente che osava ribellarsi alla imposizione, e spariva nelle anonimità della metropoli.

Negli anni Cinquanta, le nuove industrie incentivate dalla Regione offrirono ai boss nuove possibilità ,di sfruttamento parassitario: l’acquisto delle aree sulle quali dovevano sorgere gli impianti; la costruzione dei locali, i cui appalti dovevano essere affidati a imprese di « amici» l’assunzione della mano d’opera di elementi di fiducia, da manovrare in caso di sciopero e per i contratti di lavoro, e, comunque, da utilizzare anche per esercitare pressioni e minacce sulla direzione.
L’esempio più classico di questo tipo di speculazione viene offerto dall’ELSI (Elettronica Sicula). L’ELSI doveva costituire l’avvenire dell’isola: é diventata invece il feudo personale del capo della mafia dell’Acqua Santa, Paolo Bontade, detto « don Paolino Bontà ».
Di « don Paolino » si é occupata la Corte di Assise di Catanzaro in tre udienze dell’ormai famigerato processo dei 113, conclusosi con l’assoluzione degli imputati.
Trascriviamo fedelmente le battute tra il presidente della Corte e due testimoni registrate durante due udienze:

Udienza del 10 dicembre 1968:

PRESIDENTE (rivolto al teste on. Ernesto Pivetti, ex consigliere comunale, ex vice sindaco di Palermo, ex membro della Commissione provinciale per il confino di polizia durante il periodo in cui ricoprì la carica di vice sindaco, deputato all’Assemblea Regionale Siciliana): - Che attività svolgeva Bontade?
PIVETTI: Viveva nei campi , faceva il contadino…
PRESIDENTE: Ma si interessava anche di vendita di terreni?
PIVETTI: Ricordo che quando fu impiantata l’ELSI si preoccupò di procurare i terreni.
PRESIDENTE: Ricorda di aver presentato Bontade all’on. Covelli?
PIVETTI: Si, perché era iscritto al partito ( Paolo Bontade invece era democratico cristiano, capo elettore della parente, l’on. Margherita Bontade).
PRESIDENTE: Ricorda se nel periodo in cui lei fece parte della commissione per il confino il Bontade fu proposto per la diffida e il confino?
PIVETTI: Non ricordo.
A questo punto interviene il Pubblico Ministero il quale invita formalmente il teste a dire la verità per " evitare ulteriori accertamenti " che avrebbero potuto dimostrare come il teste conoscesse la verità. PIVETTI: (fra significativi tentennamenti del capo, pause, sguardi verso la gabbia degli imputati nella quale era rinchiuso "don" Paolino) Ah!…Beh!.. allora, mi pare…, si, ne sentii parlare in commissione ma… non so… mi pare che non fu accolta.

Udienza del 3 aprile 1968:

PRESIDENTE: (rivolto al teste ing. Francesco Profumo, amministratore dell’ELSI): Le risulta se Francesco Paolo Bontade, detto don Paolino Bontà, si occupasse dell’attività dell’ELSI?.
PROFUMO: Bontade si recava ogni mese nella sede dell’ELSI senza una ragione, così come un supervisore dei lavori.
PRESIDENTE: Vuol dirci come ha conosciuto Bontade?
PROFUMO: Stavo un giorno commentando con alcuni tecnici e alcune personalità gli scopi e le funzioni che I’ELSI avrebbe avuto per la città di Palermo e per tutta la Sicilia, quando mi accorsi che i miei ascoltatori si erano allontanati a gruppetti dal tavolo ed erano andati incontro ad un uomo di media età, tarchiato, che si avvicinava verso di noi. Tutti lo salutarono; qualche momento dopo mi venne presentato dall’avvo-cato Caronna come Francesco Paolo Bontade. Ricordo che Caronna mi disse che era necessario avvalersi della mediazione di qualcuno che «avesse peso ». Capii che mi trovavo di fronte ad una manifestazione della mentalità isolana.
PRESIDENTE: Francesco Paolo Bontade veniva pagato per la sua attività di mediatore?
PROFUMO: Per l’acquisto dei terreni il Bontade si comportò efflettivamente da mediatore e fu pagato con una regolare percentuale sui contratti. Intorno al I962, poco prima che Bontade scomparisse, la società aveva smesso di avere rapporti con lo stesso perché il prezzo della sua attività era diventato alto.
A nuova domanda del presidente, il teste risponde:
PROFUMO: Mi era stato detto che avremmo avuto delle "noie", poi però si rivelarono infondate. A conclusione delle ricerche d’acqua, mi si presentò Bontade il quale mi esternò le sue felicitazioni per le ricerche completate favorevolmente, da 1ui seguite con vivo interesse.
" Le noie " dovevano darle gli agrumai i quali pretendevano che l’acqua rimanesse di loro esclusiva proprietà come lo era stata sempre. Agli agrumai erano associati i pastori e gli allevatori di vacche i quali usavano la poca acqua che defluiva verso valle per irrigare gli erbai. Don Paolino aveva «convinto» gli unì e gli altri che agrumi e vacche avrebbero tratto grande vantaggio dall’attività dell’ELSI.
" Le felicitazioni " espresse in pubblico, sul luogo ove sgorgava il prezioso liquido - mentre a distanza bovari ed agrumari assistevano alla scena -, era " avvertimento " a quanti avrebbero potuto concepire intenzioni cattive nei confronti dell’ELSI e sulla utilizzazione dell’acqua.
Per questa protezione don Paolino ha percepito lauto stipendio per oltre cinque anni, mentre la mediazione gli ha fruttato oltre 10 milioni. Analoghe protezioni hanno goduto I’ANIC di Gela, nella cui area, prima dell’accordo, erano stati registrati alcuni attentati dinamitardi; la COSIAC, l’impresa che ha costruito la diga dello Scansana di Marineo per l’acquedotto palermitano, che ha subito tre attentati al parco macchine; la TIFEO, la centrale termo-elettrica dì Terrnini Imerese, che ritenendo di potere fare a meno della protezione aveva respinto gli amichevoli consigli degli amici: ebbe distrutti i macchinari per un valore di circa 300 milioni non appena sbarcati dalla nave; la Lambertini delle cave di Sciara, per le cui lotte sindacali é stato ucciso il sindacalista Salvatore Carnevale; la Montecatini di Campofranco e di Serradifalco, le cui pro-mozioni costituirono tappe per la scalata della gerarchia mafiosa; la Girola, impresa rimboschimenti, che ha eseguito quasi tutti i lavori di rimboschimento e bonifica della Regione, ha subito il furto di una pala meccanica e di una jeep, e le altre numerose imprese e aziende che negli anni 1952-1963 hanno creato i loro impianti in Sicilia con i mutui agevolati e i contributi in conto capitale della Regione Siciliana. Rifiutare , "la protezione" significava l’insabbiamento della pratica tra le , scartoffie di qualche assessorato, lo smarrimento di qualche documento, il mancato esame della pratica e le altre diavolerie escogitate nelle varie strozzature degli uffici nei quali erano stati collocati impiegati compiacenti e " amici ". Se oggi si redigesse una mappa dei luoghi da cui provengono molte delle assunzioni degli anni Cinquanta sarebbe chiara la strategia politico-elettorale-clientelare di molti uomini politici collusi con la mafia. Verrebbe fuori una linea immaginaria che congiunge tutti i paesi di mafia della Sicilia occidentale: emergerebbe, ad esempio, che Castellammare del Golfo, (15.495 abitanti) ritenuta la capitale della mafia e del gangsterismo, ha dato alla burocrazia regionale e statale un numero di impiegati doppio del numero romito dall’intera provincia di Ragusa (258.506 abi-tanti): Mussomeli (12.498 abitanti) ha dato un numero di impiegati maggiore della città di Siracusa (111.542 abitanti); Corleone (12.962 abitanti) vanta il privilegio di avere il maggiore numero di dirigenti amministratori di Assessorati, enti, istituti più o meno incentivati dallo Stato e dalla Regione. Verrebbero fuori anche le facili e rapide carriere di molti funzionari, la slacciata ricchezza accumulata in brevissimo tempo da molte persone il cui reddito dovrebbe essere modesto; e verrebbero fuori infine i legami politico-clientelari tra alcuni nomi politici « parlati » per le presunte o vere collusioni con la mafia.

 Riflessioni | I nostri lavori | Indagine | Teatro | Documenti| Bibliografia| Foderina|Antologia