I PENTITI

TOMMASO BUSCETTA . I genitori si chiamano Benedetto e Felicia, gente di modestissime condizioni economiche; lui, Tommaso, nasce a Palermo il 13 luglio del 1928 fra i vicoli fatiscenti del quartiere Oreto. Appena si regge sulle gambe, viene messo a lavorare come vetraio nella bottega del fratello, Vincenzo, in via Cirrincione; é in una bottega in corso dei Mille che invece conosce Melchiorra Cavallaro, una bella ragazza: "Masino" se ne innamora e la sposa. Anni Cinquanta, tempi duri in tutto il paese, figurarsi nella povera Sicilia: al giovane Buscetta il lavoro da vetraio sta stretto, specie ora che è sposato, così decide d'ingegnarsi in altro modo. E che fa? S'intrufola nell'ambiente equivoco ma pieno di denaro del racket edilizio, del contrabbando delle sigarette, insomma in ogni affare che lo possa far guadagnare tanto e in fretta. E il salto da cui Buscetta non farà più ritorno. Fino allora incensurato, Tommasino si ''sporca" la notte del 28 marzo 1956 quando la Finanza sequestra due camion zeppi di quattromila chili di sigarette: fra i trafficanti c'è anche lui e la polizia si segna il suo nome. Tommaso Buscetta ha quasi trent'anni. Nei tre che seguiranno farà dentro e fuori dal carcere e si beccherà una multa di 55 milioni. Mica uno scherzo, ma "don Masino" ormai è nel giro grosso.

Dalle sigarette alla droga: Buscetta rispunta fuori nelle indagini su un traffico di quaranta chili d'eroina bloccata a New York e proveniente dalla Francia. Ormai uomo maturo e "rispettato", Buscetta si muove su scala internazionale. Viaggia molto. Ma come fa se il passaporto glielo hanno ritirato anni prima? Semplice: nel gennaio del '61, nonostante le condanne, il questore di Palermo gli ha restituito il passaporto di cui lui chiede subito il rinnovo.

Don Masino, ormai, é uno che conta davvero. E in quegli anni che la sua fortuna mafiosa mette le ali: Buscetta si lega con Angelo La Barbera, temuto boss della cosca di Palermo - centro (assieme al fido fratello Salvatore). Ma gli affari possibili sono tanti, troppi, il giro dei soldi vorticoso e così é inevitabile che anche la convivenza, fino a quel giorno sopportata, col gruppo rivale che controlla Palermo - orientale ed é capeggiato dai Greco di Ciaculli, si rompa. Comincia la guerra. I Greco hanno la meglio: Salvatore La Barbera un bel giorno scompare e di lui non si sa più nulla. Suo fratello Angelo finisce dentro. La cosca dei La Barbera é allo sbando, mancano i capi, in molti se ne vanno. E a questo punto che il tempestivo Don Masino si candida alla successione. La famiglia vincente dei Greco é titubante, teme che un tipo aggressivo e spregiudicato come Buscetta prima o poi si riveli peggio dei La Barbera, ma poi decide di fidarsi e stipula un accordo: Buscetta diventa il boss di Palermo - centro e, con i Greco incontrastati padroni degli altri quartieri, c'è l'impegno a non farsi mai la guerra.

Il guaio é che la guerra ormai gliel'hanno dichiarata polizia e carabinieri. Amico di Luciano Liggio e ora anche degli influenti Greco, protagonista di tutti i summit mafiosi, in ottimi rapporti con Cosa Nostra negli Stati Uniti, Tommaso Buscetta é una preda importante.

Lui avverte il pericolo; se ne va. É il 1963. Con passaporto falso intestato a Mario Conserva scappa in Messico, poi, nel dicembre dello stesso anno, col nome di Manuel Lopez Cadena, riesce ad ottenere un falso certificato di nascita su cui costruisce un integerrimo passato. Nel settembre del '66 si sposa con Vera Maria Girotti (dalla quale avrà una figlia, Alejandra) dimenticandosi che in Italia aveva un'altra moglie, Melchiorra Cavallaro, e quattro figli, Felicia, Benedetto, Antonino e Domenico. Il 4 maggio di quell'anno trasferitosi negli Stati Uniti Buscetta - Cadena si presenta all'ufficio emigrazione dove chiede un visto definitivo di soggiorno; afferma di essere proprietario di una catena di pizzerie a Brooklyn. Gli americani però non si fidano, e invece di dargli il visto, gli intimano di lasciare il paese. Lui scompare subito e fa bene, perché intanto la polizia statunitense ha controllato le impronte digitali di Cadena nel casellario giudiziario e ha scoperto che il suo vero nome é Buscetta Tommaso da Palermo, di professione boss mafioso. Nemmeno un mese dopo negli Usa Buscetta viene arrestato sul ponte di Brooklyn e accusato di essere uno dei capi «di un'organizzazione criminale mafiosa siciliana, in collegamento con la mafia Usa».La Grande famiglia però non l'abbandona e in poche ore lo tira fuori dalle carceri, pagando una cauzione di 75 mila dollari. Lui esce, dice di aver capito la lezione e che, vuole mettersi a fare il bravo cittadino.

Mica vero. Prende e scappa. In Brasile, questa volta, dove si rimette subito al lavoro. Si allea con l'Unione corsa per imbastire un traffico d'eroina da Marsiglia agli Stati Uniti. Per un paio di anni sembra andargli tutto bene: ha una bella fazenda, "Rancho Alegre", a 500 chilometri da San Paolo, insospettabili corrieri fra cui il console brasiliano José Antonio Sa Neto) e tanti soldi. Poi di nuovo la situazione precipita: c'è una serie di arresti a catena finché, il 3 novembre del '72 anche don Masino, con suo figlio Benedetto, cade in trappola. Un mese dopo é estradato in Italia e diventa ospite del carcere dell'Ucciardone. Poi, nel '75, un imprevisto trasferimento nelle carceri di Torino. Nel '79 chiede di poter usufruire della semilibertà provvisoria. Risultato: nel giugno dell'80 Buscetta é libero. Lui dice che andrà a lavorare da un vetraio a diecimila lire al giorno. Invece svanisce nel nulla e riapproda in Brasile. Sempre attento a quello che succede nella sua Palermo. Gli arrivano le prime avvisaglie della nuova guerra: da una parte le famiglie amiche dei Bontate, degli Inzerillo e dei Badalamenti, dall'altra le cosche emergenti dei Marchese, dei Riccobono e degli ex amici Greco, ormai schieratisi apertamente contro Buscetta. Lui, don Masino, sta con i primi, con le famiglie, cioè, che nell'ultimo anno e mezzo verranno sconfitte: gli Inzerillo e i Bontate sterminati a colpi di lupara, il vecchio don Tano Badalamenti costretto a fuggire per non fare la stessa fine. La risposta, prevista, non si fa attendere, ed é dura, diretta: a Buscetta uccidono il fratello, il genero e tre nipoti. Nel settembre del 1982 Buscetta viene arrestato dalla polizia brasiliana. Il 14 luglio 1984 estradato, rientra in Italia. E comincia a parlare con i magistrati.

SALVATORE CONTORNO - Alcuni lo hanno chiamato la ''primula di Brancaccio", il quartiere di Palermo che ha il poco invidiabile primato dei morti ammazzati dalla mafia, altri "Coriolano della Floresta" come il protagonista di un grande romanzo popolare di William Galt. Ma per i suoi innumerevoli amici e nemici é semplicemente "Totuccio". Salvatore Contorno, nato nel '46 a Palermo e cresciuto in via Giafar, adesso é universalmente conosciuto come il pentito numero due, l'uomo che, insieme a Buscetta (v.), ha osato rompere le regole della onorata società, raccontando ai giudici i misteri, le regole, i fatti e i misfatti di Cosa Nostra. Grazie alle sue rivelazioni sono finiti in carcere 127 mafiosi nell'ottobre dell'84 e una trentina nel marzo dell'85.

Sono ormai lontani i tempi della pace mafiosa quando Salvatore Contorno, allora giovanissimo, era perennemente incollato al suo capo, Stefano Bontate (v.), per proteggerne l'incolumità. Di lui si ricorda la grandissima abilità nel fiutare il pericolo e nel rispondere prontamente ad ogni tipo di attacco. É l'unica persona, per quello che se ne sa dalle indagini o dalla rivelazioni di altri pentiti, che sia riuscita ad uscire viva da un attentato organizzato da Pino Greco "Scarpazzedda" (v.), l'uomo di fiducia della famiglia Greco di Ciaculli.

Salvatore Contorno l'attentato di quel terribile pomeriggio dell'estate del 1983, lo ha descritto ai giudici e ha fatto uno per uno i nomi dei picciotti venuti per ucciderlo e da lui respinti a colpi di 38. Contorno fu più svelto di loro e lo stesso Pino Greco é ancora vivo solo perché indossava un giubbotto antiproiettile.

Quell'episodio influì certamente sulla decisione di dissociarsi dalla mafia. Ma un peso ugualmente determinante ebbero le decine di persone ammazzate (suoi amici e parenti) per fargli attorno terra bruciata e costringerlo ad uscire allo scoperto.

Solo, senza più nessuno di cui fidarsi, ricercato dalla polizia e braccato dai killer nemici, Salvatore Contorno cambiò città tentando di inserirsi in un altro giro. A Roma cercò qualche amico (cercò anche Pippo Calò) (v.) e per qualche mese riuscì a stare relativamente  tranquillo. Girava con due auto blindate fornite di accensione con telecomando a distanza. Poi la polizia arrivò a lui nel luglio dell'82 (una soffiata?) e Totuccio finì in carcere col terrore di essere fatto fuori da qualcuno disposto a fare un favore ai "corleonesi".

Contomo prende la sua storica decisione alla fine di settembre del 1984 nel corso di un drammatico colloquio con Buscetta negli uffici della Criminalpol di Roma. I due, vengono messi faccia a faccia e Contorno in segno di rispetto bacia la mano di don Masino che gli dice: «Puoi parlare».

E Totuccio paria. Comincia il primo ottobre e va avanti per giomi e giorni. Nei suoi racconti c'è tutta l'aggressività e la passionalità di un uomo che ha visto sgretolarsi sotto i suoi occhi il mito della onorata società. «Intendo collaborare con la giustizia», dirà ai giudici, «Perché mi sono reso conto che Cosa Nostra è soltanto una banda di vigliacchi e di assassini».

In questa frase c'è tutto il carattere di "Coriolano", un carattere che ha causato un approccio non sempre sereno con i giudici che lo hanno interrogato. Il suo è un pentimento ''sofferto'', avvenuto dopo nove anni di militanza nella mafia. In più d'una occasione denuncia un certo fastidio nell'accusare. Per esempio quando si paria di Stefano Bontate dalla sua bocca non esce un solo aggettivo negativo e se qualcuno lancia accuse a don Stefano, Contorno risponde: «Troppo comodo accusare un defunto».

Qualche volta se la prende con i magistrati: «Ho appreso dai giornali», dice ad un ceno punto della sua deposizione, «della scarcerazione dei fratelli Picciurro di Villabate. Prendo atto che averli indicati come uomini d'onore è stato insufficiente. Mi inchino alla decisione dei giudici, ma ribadisco il mio fermo convincimento che i Picciurro sono uomini d'onore». .Altre volte, invece, si scaglia violentemente contro i suoi nemici. A proposito di Tommaso Spadaio (un mafioso implicato nel contrabbando di sigarette) fa mettere a verbale: «A giorni sarò sentito come teste contro Tommaso Spadaro il quale, come ho appreso dai giornali, ha sostenuto che quanto da me riferito nei suoi confronti è frutto di vendetta perché suo nipote avrebbe insidiato mia moglie. Sono sorpreso e amareggiato da queste vili affermazioni, farebbe bene a tacere perché deve a Stefano Bontate, divenuto suo compare, se é ancora vivo poiché nel contrabbando di tabacchi si é appropriato di centinaia di milioni di povera gente sfruttando l'appoggio di Pippo Calò. Comunque sono fatti di tale bassezza che mi di fastidio persino parlarne».

Un pentito certamente poco docile, dunque. Una personalità spesso contraddittoria che lui stesso riconosce quando afferma: «Qualche volta ho tardato a esporre quanto a mia conoscenza sugli appartenenti a Cosa Nostra, ma ciò é da ascrivere alla mia ritrosia nel denunciare persone che, almeno alcune, non mi avevano fatto nulla di male».

Dopo Buscetta, Contorno é il pentito che più di ogni altro ha collaborato con la giustizia anche se alla sua efficacia non crede poi troppo. Illuminante e una frase che ha detto al giudice Falcone alla fine dei loro colloqui : "Prima di allontanarmi non ho nessuna intenzione di riferire dove si trovino attualmente i miei congiunti, perchè non credo affatto che la sorveglianza da parte della polizia, così come é attuata, possa assicurare una efficacie proiezione».

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