La Sicilia e la mafia
Uno studente universitario siciliano mi raccontava tempo fa che,
avendo fatto amicizia con una ragazza straniera, si sentì richiedere, con tutta serietà,
dove egli tenesse il coltello; ed il giovane siciliano, non bastando le assicurazioni
verbali, fu costretto a svuotare tutte le sue tasche, per dimostrare allincredula
straniera che egli non portava affatto il coltello in saccoccia. E non lo portava, per il
semplice motivo che non laveva mai recato addosso in vita sua.
È difficile convincere gli stranieri che i siciliani non sono mafiosi. È ormai un
pregiudizio generico ed inveterato, che nella sua forma più gentile si esprime
addirittura sotto la specie di un autentico complimento, che ci viene rivolto non solo
dagli stranieri, ma spesse volte anche dagli italiani delle altre regioni, che, ammirati
dal nostro contegno e dalla nostra urbanità, nettamente discordanti dallidea che
essi avevano di una pretesa inciviltà isolana, ci dicono : «Ma lei non sembra
siciliano!». Questa frase significa una sola cosa: che quelli che la pronunziano non
conoscono un bel niente della Sicilia, della sua storia della sua civiltà, e soprattutto
della signorilità e dellospitalità dei suoi abitanti. Si tratta sicuramente di
persone che in Sicilia non sono mai state, e che la conoscono semplicemente ed unicamente
attraverso le erronee fonti di informazione costituite dal pregiudizio, dalla stampa e
dalla televisione, e dagli scritti dei mafiologi, come brevemente ora,vedremo.
1 ) IL PREGIUDIZIO. Che molti italiani, e per conseguenza molti stranieri, abbiano dei
pregiudizi contro la Sicilia e i Siciliani, è un fatto notorio ed acquisito; molto spesso
si sente dire, tra le altre sciocchezze, che in Sicilia il sapone lo portò Garibaldi ai
Romani - molti secoli prima che nascesse Cristo - luso delle terme e dei bagni
pubblici, nonché quello dellorologio solare (che i Romani conobbero proprio a
Catania nel 263 a.C. ); ed insegnarono pure cosa significasse la cura estetica del proprio
corpo la Roma la corporazione dei barbieri e dei parrucchieri era costituita da siciliani
), nonché le raffinatezze della gastronomia (il primo trattato di gastronomia è dovuto
infatti ad un siciliano, Archestrato da Gela che visse nel IV secolo a.C.. e fu poi
copiato nelle loro opere dagli scrittori latini Ennio e Apicio; e Cicerone, nelle
Discusioni Tusculane. V.100. e lo stesso Orazio, in Carmi III, 1, esaltarono i cuochi e i
manicaretti siciliani ).
Il pregiudizio secolare dipinge pure la Sicilia come terra di ignoranza e di arretratezza:
ma, anche in tal caso, si dimentica che in Sicilia nacque la filosofia; e che Gorgia da
Lentini, con la sua inesorabile dialettica da lui imegnata ad Atene nel V secolo a.C.,
fece sorgere per reazione il pensiero di Socrate, e per conseguenza quello di Platone e di
Aristotele; e venendo a tempi più vicini, si dimentica che la letteratura italiana, come
forma darte, è nata a Palermo, alla corte di Federico II, come riconobbero Dante e
Petrarca; e nel campo umanitario e della legislazione moderna, si dimentica che in
Sicilia, nel 12 39, è nato il primo parlamento che accogliesse anche i rappresentanti del
popolo, e non soltanto quelli del clero e della nobilià come avveniva negli altri
parlamenti europei ; e si dimentica pure che la proposta di abolizione della pena di morte
partì nel 1583 dalla Sicilia, per opera di Argisto Giuffredi, mentre invece tutti la
attribuiscono al ben più celebre Cesare Beccaria, che però fece la stessa proposta due
secoli dopo, nel 1764 (e cera stato prima di lui tutto il travaglio del pensiero
illuministico, vantaggio che il pensatore siciliano certamente non ebbe! ). -
Il pregiudizio dipinge altresì la Sicilia come terra di delinquenti e di mafiosi:
dimenticando che, se è vero che la mafia nacque in Sicilia. non é men vero che a Napoli
cerano i camorristi, a Roma cerano i bulli, e a Milano cerano i bravi e
i teppisti: si dimentica che il più celebre scrittore italiano, Alessandro Manzoni,
inizia i suoi Promessi Sposi - ambientati nella Lombardia del diciassettesimo secolo
proprio con un tipico atto di mafia, e cioè con lintimidazione operata dai bravi di
don Rodrigo (un autentico <capomafia>del tempo) sul pavido prete don Abbondio,
affinché non celebrasse il matrimonio di Renzo con Lucia, fissato per 18 novembre
1628; e si dimentica pure che, quando don Rodrigo ,volle effettuare un secondo gesto
mafioso, e cioè il ratto di Lucia, non bastandogli le forze si rivolse ad un capomafia
più potente di lui, allInnominato, che con la sua organizzazione mafiosa fece
uscire Lucia dal convento di Monza, e la fece rapire dai suoi bravi; ed è anche un tipico
gesto di «mafia dai colletti bianchì» ( laccordo del conte zio con il provinciale
dei cappuccini) il trasferimento del povero padre Cristoforo dal convento dì Pescarenico
a quello di Rimini che, come dice il Manzoni, «è una bella passeggiata».
Ma, si dirà in Lombardia la mafia è passata, mentre invece in Sicilia è rimasta. Ed
anche questa osservazione è basata sulla ignoranza della storia, perché sì dimentica
che la Lombardia ebbe la fortuna dì passare dallamministrazione spagnola a quella
asburgìca, la quale ebbe un fortissimo senso dello Stato, con un rigore ed una
correttezza burocratica veramente esemplari; ed è noto che quando lo Stato è forte, la
mafia si assottiglia, e restringe enormemente il proprio potere contrattuale, perché la
mafia è lantì-Stato, ed in Sicilia infatti poté avere fortuna nella zona
occidentale perché, dato che lamministrazione spagnola, e poi quella borbonica,
favorivano i potenti latifondisti o i loro soprusi a danno delle plebi agricole e dei
diseredati, il popolo non trovò altro mezzo, per difendersi dalle soverchierie e dalle
imposizioni (tipica quella dei «Beati Paoli» di Palermo) che, nate in un primo momento
per la difesa dei poveri e degli oppressi, e costituite dalla migliore gioventù di allora
- si ricordi il valore positivo che tuttora ha laggettivo mafiusu nel dialetto
siciliano, per cui una bella ragazza è na picciotta mafiusa un abito elegante è un
vistitu mafiusu, e così via divennero poi, per la malvagità insita nel cuore
umano, associazioni delinquenziali, quando i capimafia si accorsero del formidabile potere
contrattuale che avevano nelle loro mani,e delluso ricattatorio ed intimidatorio che
ne potevano fare:onde la prima mafia nacque con caratteri spiccatamente rurali, prima di
trasferirsi nelle città si espresse con ì furti di bestiame e col taglio degli alberi da
frutto a chi non pagasse la tan-gente mafiosa (<<il pizzo>>); con
limposizione di campieri e dì gabellotti ai latifondisti, che a loro volta se ne
servivano come loro guardia del corpo, e in questa funzione facevano, scortare i
viaggiatori stranieri loro ospiti, che nel Settecento visitarono la Sicilia; fino ad
arrivare ai nostri giorni, in cui gli USA non hanno esitato a servirsi della mafia per
organizzare il loro sbarco in Sicilia nel 1943.
2) LA STAMPA E LA TELEVISIONE. Il pregiudizio, quindi, come tutti i pregiudizi, si rivela
chiaramente inconsistente alla luce della storia e della realtà, sulla nota e purtroppo
diffusa identificazione dei Siciliani con i mafiosi. vediamo ora quali siano le
re-sponsabilità della stampa e della televisione, nella formulazione di questa equazione
(Sicilia-mafia) che mortifica profondamente i Siciliani, e getta su di loro una luce tanto
sinistra quanto ingiusta, perché trasforma in cinque milioni di pericolosi delinquenti un
popolo che nella sua stragrandissima maggioranza è in realtà non solo ben lontano
dalloperare, ma anche dal pensare, in maniera mafiosa.
E valga il vero. Si potrebbe dire che, quasi quotidianamente, la stampa italiana - e
conseguentemente quella straniera - quando si occupa della Sicilia, non faccia altro che
parlare di mafia, di povertà e di arretratezza; e lo fa calcando talmente la mano, da far
credere quasi che questi mali esistano soltanto in Sicilia. sicchè, se poniamo si
verifica un furto su un vagone postale, se il fatto avvìene in Sicilia, lo si pubblica
con un titolo «di apertura» (cioè in alto nella pagina, e ben evidenziato
tipograficamente), con tanto di carta geografica che (mostra tutta lisola dì
Sicilia, e con una bella freccia che indica «qui stanno i predoni»; mentre se lo stesso
fatto delittuoso, consumato con le identiche modalità da film western, avviene in altre
parti dItalia, lo si relega su due smilze colonnine, senza titoli di scatola e senza
carte geografiche e senza frecce di sorta. Forse voi crederete che io affermi ciò per
amore di polemica, o a titolo di ipotesi: si tratta invece di fatti realmente
verificatisi, e basta guardare la pagina 14 del massimo quotidiano italiano, il Coniere
della sera del 14 febbraio1973, per controllare la verità di quanto da me affermato,
perché due identiche rapine, consumate con la stesa modalità dellassalto al treno,
sono state presentate ai lettori, nella stessa - pagina, con ben diverso rilievo
tipografico ed editoriale, luna con un titolo su quattro colonne, a lettere di
scatola e con carta geografica di ben centimetri 8,3 per 13 con notevole freccia
indicativa; e laltra su due colonne, senza titoli vistosi e senza carta geografica,
per il semplice motivo che la prima rapina si era verificata in Sicilia, tra Siculiana e
Montallegro in provincia dAgrigento, mentre la seconda era stata compiuta in
Liguria, a Varazze in provincia di Savona, insomma, la legge dei due pesi e delle due
misure.
Ma cè di più. Non soltanto la stampa italiana sottolinea o esagera i misfatti
avvenuti in Sicilia, ma anche compie unaltra e ben più grave scorrettezza nei
confronti dellisola: quella di generalizzare gli avvenimenti delittuosi,
attribuendoli non ad una minoranza di malviventi (che non esistono soltanto in Sicilia,
perché imperversano in tutto il mondo ma estendendoli a tutto il popolo siciliano.
Ricordo, a questo proposito, che quando a Bronte, in provincia di Catania, una moglie
(come pare avvenga anche in altre parti del mondo tentò di avvelenare il marito, la
stampa italiana definì Bronte come «il paese siciliano dove le mogli avvelenano i
mariti»; e che quando a Catania, in occasione delle elezioni amministrative del 1972, si
verificò, per protesta contro la cattiva amministrazione democristiana, un notevole
afflusso di voti sulla lista missina, la stampa italiana definì in coro Catania come «la
città più fascista dItalia»; e con notevole malafede, quando poi Catania nelle
successive consultazioni elettorali diresse altrove i propri suffragi, nessuno ritrattò o
chiese scusa ai Catanesi dellingiusta e mortificante definizione totalitaria,
dimenticando perfino che Catania è stata la patria di un democratico come Giuseppe De
Felice, organizzatore principale dei «Fasci siciliani dei lavoratori», che fu il primo
movimento operaio di massa organizzato in Italia nel secolo scorso; e che Catania vide
lattività antifascista di Carmelo Salanitro, morto in deportazione a causa delle
sue idee politiche nel campo di concentramento di Mathausen. Peggio ancora, la stampa
italiana minimizza o ignora fatti estrernamente positivi per la valutazione morale del
popolo siciliano, quali per esempio i significativi episodi verificatisi nellisola
in parecchie riprese nel 1973, in occasione di due rapine avvenute in due agenzie bancarie
in provincie di Siracusa, a Portopalo e a Sortino, i siciliani hanno dimostrato di essere
tuttaltro che mafiosi; perché nel primo caso, a Portopalo, i malviventi hanno
sparpagliato per la strada tutte le banconote del loro bottino,e la popolazione le ha
raccolte tutte e le ha consegnate tutte alla banca rapinata: nel secondo caso, a Sortino,
la popolazione, prima ancora della polizia, ha inseguito ed arrestato i banditi e li ha
consegnati alle forze dellordine, rifiutando ogni ricompensa. Queste notizie,
apparse sulla stampa locale, non hanno avuto leco che avrebbero meritato sulla
stampa nazionale, che ha praticamente ignorato i significativi avvenimenti. Anzi, manco a
farlo apposta, nello stesso mese di Agosto 1973, e precisamente il giorno 26, nella
rubrica «Ieri e Oggi», la TV italiana si è compiaciuta di definire i siciliani «i
figli della lupara».
Né la stampa né la TV italiana hanno dato il dovuto risalto al fatto che è avvenuto a
Biancavilla nel 1976, quando la popolazio-ne bloccò in una banca i rapinatori e li
consegnò alla polizia: ma già, tanto i siciliani sono tutti mafiosi!...
A proposito della TV, bisogna riconoscere che essa non è meno della stampa nazionale
nellaffibbiare alla Sicilia la generalizzante etichetta di «mafiosa e retrograda»
con cui costantemente viene umiliata lisola. Con una costanza veramente degna di
miglior causa, la TV italiana, quando manda in onda immagini o servizi riguardanti la
Sicilia, fa vedere dappertutto asinelli (che in Sicilia sono praticamente scomparsi),
donne ammantate nello scialle nero (che è spettacolo che in Sicilia non si vede più): è
insomma ancorata a vecchie immagini di repertorio, che ignorano assolutamente il progresso
economico e sociale compiuto dalla Sicilia negli ultimi trentanni, e forniscono
unidea completamente falsa e degradante della realtà siciliana doggi (la TV
italiana non si è mai sognata per esempio di effettuare un servizio sulle officine
AERSIMM di Carini in provincia di Palermo, dove sono stati costruiti due dei quattro
piloni in acciaio, che dal 1973 sorreggono il ponte sospeso sul Bosforo, che unisce
lAsia allEuropa).
Quando poi si parla della mafia la TV italiana (come nella famigerata serie Alle origini
della mafia, mandata in onda nel novembre 1976) rispetta tanto poco la realtà storica ed
arriva a tale denigrazione del popolo siciliano, che un giornalista settentrionale (il che
è tutto dire!) ha avuto lonestà di scrivere su La Stampa di Torino del 20 novembre
1976 che la TV italiana rendeva un cattivo servizio alla Sicilia, perché invece di
illustrare il malgoverno spagnolo, che costringeva il popolo a farsi giustizia da se,
metteva in rilievo "un popolo siciliano chiuso e feroce, brutale e quasi selvaggio,
che pareva tutto stretto attorno alla famiglia dei predoni e solidale con le loro
soperchierie" (v. Ugo Buzzolan, Sicilia tra mafia e dominio spagnolo, in "La
Stampa", Torno 20/11/1976, pag. 7) senza dire che, in uno di questi servizi, ad un
senatore del Regno dItalia, venuto per uninchiesta sulla mafia in Sicilia, si
è fatto passare lo stretto di Messina, nel 1875, su una nave traghetto, dimenticando (o
serietà della preparazione culturale degli sceneggiatori della TV italiana!) che il
servizio delle navi traghetto sullo stretto di Messina ebbe inizio nel 1899, cioè 24 anni
dopo
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