LA TESTIMONIANZA DEL FIGLIO
«Soggiunse che tale opposizione era dovuta al fatto che "vi erano dentro fino al collo", ma non ricordo se si riferisse a tutte le predette correnti della Dc o solo ad alcune. Fra gli esponenti politici che, ad avviso di mio padre, erano maggiormente compromessi con la mafia, egli mi fece i nomi di Vito Ciancimino e di Salvo Lima; del resto, tale suo convincimento, egli già lo aveva espresso alla Commissione Antimafia. Mi disse che, della sinistra dc, il più freddo nei suoi confronti era il ministro Marcora... Mi risulta, per aver assistito ad una conversazione, fra mio padre ed il suo amico di Prata, che mio padre stesso intendeva assicurare la Dc e, per essa, il suo segretario politico De Mita, col quale avrebbe voluto incontrarsi, ma che questo doveva togliere, in Sicilia, le persone maggiormente compromesse, così consentendogli di svolgere una efficace lotta alla mafia. Questo suo amico, geometra Meluccio, di Prata, contattò un senatore dc [Nicola Mancino, ndr], eletto nella circoscrizione di Avellino, per procurare a mio padre un incontro con De Mira, ma il senatore, che in quel periodo era in vacanza in Sardegna, rispose che il partito riteneva mio padre ''un cavallo di Craxi"... ; si convinse pertanto che mio padre non era un uomo del Psi ma un servitore dello Stato. Soggiunse che avrebbe cercato di combinare un incontro fra mio padre e De Mita, ma poi non si fece più sentire. Ciò avvenne verso Ferragosto e mio padre, prima di andar via da Prata (verso il 24 agosto 1982), a mia domanda rispose che De Mita, pur essendo in villeggiatura nei pressi, non si era fatto sentire e mi sembrò piuttosto preoccupato».
Il generale Dalla Chiesa schivo e riservato per natura, in quegli stessi mesi, riversa per intero timori e preoccupazioni nel suo diario privato che é steso in forma di colloquio immaginario con la defunta prima moglie. Eccolo.
8 marzo. « Ieri sera ero un "po' stonato", frastornato e turbato per tante cose messe insieme, avendo appreso dal gen. Cappuzzo che in una delle prossime riunioni del Consiglio dei ministri il tuo Carlo verrebbe nominato Prefetto, destinato a Palermo ed incaricato della lotta contro la mafia. La cosa mi ha sorpreso relativamente in verità in quanto mi sembra di averti già scritto che questo era uno dei fronti sui quali il Govemo intendeva utilizzarmi; ma una volta giunta, una volta affacciatasi con qualche concretezza, mi ha quasi spaventato! Nel senso che, tesoro mio, anche se vuol essere un riconoscimento per il mio passato e per la mia esperienza, anche se, molto più brutalmente, sto per divenire un'altra volta strumento di una politica che fa acqua da tante parti, tutto mi sembra giunga a schiacciare un arco intero della mia esistenza, un arco fatto di Arma, costruito nell'Arma, vissuto per l'Arma. Si, dico a schiacciare in quanto tutto mi sa di violenza, di trauma, di chiusura; tutto mi sa di ineluttabile e di nuovo, di indecifrabile e di strano, quasi alle spalle tutto si annullasse d'improvviso, quasi il tuo Carlo fosse chiamato a nuove prove, a nuovi tormenti, ma in un mondo che non é il suo, che non sente come suo».
17 marzo. «Dunque, ieri sera sono stato a cena in casa del ministro Formica [Rino Formica, socialista, allora titolare del Ministero delle Finanze, ndr.] e con lui c'era anche l'on. Andò [Salvo Andò, responsabile dei problemi dello Stato del partito socialista, ndr.] che mi ci aveva voluto condurre perché spiegassi direttamente il mio punto di vista in ordine alla lotta alla mafia. Ho trovato il personaggio erudito da schemi formulati a tavolino ma che con l'autentico panorama mafioso non hanno un gran che da dire; ho dovuto far comprendere che il fenomeno non può essere inquadrato e risolto solo con l'ottica della G. di F. [Guardia di Finanza, ndr.] ma comprendendone in profondità anche la forma mentis ed il fondo psicologico. Ed anche se ha insistito che finanche la camorra napoletana oggi ne ha subito l'innesto, ho dovuto ribadire che collocare la mafia al di là della Sicilia solo su Napoli e su di un terremoto significa essere lontani dalla realtà. Da quanto ho compreso egli vedrebbe volentieri il problema risolto da un alto commissariato che abbracciasse mafia e camorra: ma, secondo me, finendo per creare una specie di Ministero si registrerebbe il solito fumo e molta dispersione di energia».
31 marzo. <<Avendo la testa confusa, ero stato preso da una somma di pensieri anche in relazione a quanto si va dicendo e scrivendo di me in ordine al famoso incarico ed anche per essere stato convocato questa mattina dal Ministro degli Intemi. E davvero, tesoro mio, questa è una decisione di estrema importanza giacché non é certo la nomina a Prefetto che mi può solleticare e neppure quella di prefetto di prima classe. In definitiva, il posto che occupo attualmente potrebbe anche costituire motivo di soddisfazione e sapere soprattutto che ad esso tu mi hai condotto, tenendomi passo passo per mano, mi potrebbe indurre anche a non lasciarmi travolgere dalla tentazione. Ma riflessioni e meditazioni distaccate mi hanno fatto decidere per il si, anche perché il lavoro, la lotta, le difficoltà mi esaltano fino a drogarmi e, nello stesso tempo, l'incarico attuale è talmente privo di contenuti che avrei ugualmente lasciato l'Arma
entro questo periodo, così come avevo anticipato a molti.
«Non é concepibile, inoltre, che il Capo di Stato Maggiore con la scusa che non ci sono divisioni libere continui ad occupare un posto che non gli compete e che con la sua presenza continui a derivare un danno enorme allArma. E allora se questo mio trasferimento ad altra Amministrazione può giovare a rimuovere situazioni di stallo indegne, sono ben felice di dare il mio contributo, sottolineando appunto, con un ultimo atto scritto, l'assurdità del sistema. Stamattina ho così detto di si al Ministro degli Interni, anche se ho dovuto porre qualche condizione che mi appariva necessaria quale quella di capire che il fenomeno della mafia non può essere considerato ancorato alla sola Provincia di Palermo».
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