L'INCONTRO CON L'AMERICANO
6 aprile. «Dunque nella giornata di venerdì e fino ad ora tarda si sono succedute telefonate di rallegramenti ed auguri... insomma
tantissimi. Poi ieri anche l'on. Andreotti mi ha chiesto di andare e naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema. Sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi
per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori. Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno, anche se mi ha voluto ricordare il suo lontano intervento per chiarire la posizione di Messeri a Partinico, lo ha condotto e lo conduce ad errori di valutazione di uomini e di circostanze. Il fatto di raccontarmi che, intorno al fatto Sindona, un certo Inzerillo, morto in America, é giunto in Italia in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso. Prevale ancora il folclore e non se ne comprendono i "messaggi"».
7 aprile. «Poi sono stato dal capo di gabinetto del Ministero degli Interni e dal Capo della Polizia, ambedue entusiasti di avermi a collega e mi hanno così incoraggiato a sperare di non trovare impedimenti nel mio lavoro.
Certo é tutto un mondo nuovo, tutta una burocrazia particolare, per entrare nella quale occorrerà tempo ed accortezza. Ma soprattutto c'è tanta attesa nel mio lavoro, laddove ben pochi sanno o hanno capito cosa si intende per mafia. Siamo al limite che scoprire gli autori di un omicidio significa "mafia" sconfitta!! Vedremo come andrà a finire. Certamente non demorderò, senza per altro ,voler fare né il don Chisciotte né il presuntuoso. E una grossa responsabilità».
23 aprile. «Ma come ti ho già detto, sono anche soddisfatto dell'andamento delle cose, giacché per merito... mio si muove quella tremenda piovra o incrostazione determinatasi nella persona del Capo di Stato Maggiore che da un anno e 4 mesi occupa abusivamente un potere che non gli compete e che solo gli é servito per esercitare un prepotere cattivo, spregiudicato, senza un'etica!
«Oggi, cocca mia, ho continuato nelle mie visite di congedo... ».
30 aprile. «Purtroppo, tesoro mio, come spesso é accaduto, ogni cosa é saltata, le circostanze mi hanno travolto ed il tuo Carlo dalla pioggerellina che cadeva su Pastrengo é stato catapultato d'improvviso da prima a Roma presso il Presidente del consiglio e quindi a Palermo per assumervi nello stesso pomeriggio l'incarico di Prefetto. Ti rendi conto, cocca mia, cosa é accaduto in me, dentro di me e quali reazioni ne sono scaturite in un'atmosfera surriscaldata da un evento gravissimo: l'uccisione, in piena Palermo, del Segretario Regionale del Pci, Pio La Torre. L'Italia é stata scossa dall'episodio specie alla vigilia del congresso i una Dc che su Palermo vive con l'espressione peggiore del suo attivismo mafioso.
«Ed io che sono certamente il depositario più informato di tutte le vicende di un passato non lontano, mi trovo ad essere richiesto di un compito davvero improbo e, perché no, anche pericoloso. Promesse, garanzie, sostegni, sono tutte cose che lasciano o lasceranno il tempo che trovano. La verità è che in poche ore (5-6) sono stato catapultato da una cerimonia a me cara, che avrebbe dovuto costituire un sigillo alla mia lunga carriera nell'Arma, in un ambiente infido, ricco di un mistero e di una lotta che possono anche esaltarmi, ma senza nessuno intorno, e senza l'aiuto di una persona amica, senza il conforto di avere alle spalle una famiglia come era già stato all'epoca della lotta al terrorismo, quando con me era tutta l'Arma. Mi sono trovato d'un tratto... in casa d'altri ed in un ambiente che
da un lato attende dal tuo Carlo miracoli e dall'altro che va maledicendo la mia destinazione ed il mio arrivo. Mi sono trovato cioè al centro di una pubblica opinione che ad ampio raggio mi ha dato l'ossigeno della sua stima e di uno Stato che affida la tranquillità della sua esistenza non già alla volontà di combattere e debellare la mafia ed una politica mafiosa, ma all'uso ed allo sfruttamento del mio nome per tacitare l'irritazione dei partiti; che poi la mia opera possa divenire utile, tutto é lasciato al mio entusiasmo di sempre, pronti a buttarmi al vento non appena determinati interessi saranno o dovranno essere toccati o compressi, pronti a lasciarmi solo nelle responsabilità che indubbiamente deriveranno ed anche nei pericoli fisici che dovrò affrontare.
«Si, tesoro mio, questa volta è una valutazione realistica e non derivante da timori assurdi. Ricordi quando ci raggiunse a Prata la notizia dell'uccisione del T. Col. Russo ?... Oggi non sono certo colto né da panico, né da terrore... Ma sono perfettamente consapevole che sarebbe suicidio il mio qualora non affrontassi il nuovo compito non tanto con scorta e staffetta ma con intelligenza del caso e con un po'... di fantasia. Cosi come sono tuttavia certo che la mia Doretta [é il nome della prima moglie, ndr.] mi proteggerà, affinché possa fare ancora un po' di bene per questa collettività davvero e da troppi tradita».
A Palermo, in quei giorni lontani dei 1982, mentre Dalla Chiesa si muove per avere i poteri necessari per fare il suo lavoro, mentre
cerca di creare un clima di solidarietà, mentre cerca di smuovere incrostati interessi politici, mentre il generale é impegnato, da
solo, in tutto questo, Cosa Nostra ha già deciso i chiudere la cosiddetta "Operazione Dalla Chiesa". La decisione, suggellata dalla
"Commissione'', é presa, la squadra di killer pronta. Anche il giorno é stato deciso: sarà il 3 settembre. Quel giorno, per il prefetto di Palermo, inizia come gli altri. Dalla Chiesa é ancora alla ricerca di qualcuno, a livello politico, che presti attenzione alle sue grida d'allarme. Scrivono i giudici palermitani: «Nella mattinata del 3 settembre 1982, in un incontro segreto con Ralph Jones, console generale Usa a Palermo, il gen. Dalla Chiesa riferì come i politici l'avessero dimenticato in merito alla sua richiesta di ottenere i poteri straordinari promessigli per affrontare la mafia. Nel fare i nomi di altri esponenti ufficiali che a suo avviso sarebbero stati implicati nella cosa, egli sollecita il governo statunitense ad esercitare pressioni sull'allora primo ministro Giovanni Spadolini. Il signor Jones
rammenta che: "egli riteneva che soltanto il Governo statunitense potesse fare qualcosa ad alto livello per smuovere le acque"».
Durante quell'incontro Dalla Chiesa, raccontò a Jones un episodio di cui era stato protagonista tanti anni prima. Cosi lo ha riferito il console: «Nella metà degli anni '70 quando il gen. Dalla Chiesa era comandante dei carabinieri in Sicilia, ricevette un giorno una telefonata dal capitano responsabile della cittadina siciliana Palma di Montechiaro, che gli riferì di essere stato minacciato dal boss mafioso locale. Dalla Chiesa si recò subito a Palma, giungendovi nel tardo pomeriggio. Prese a braccetto il capitano ed iniziò a passeggiare lentamente con lui su e giù per la strada principale. Tutti li guardavano. Alla fine, questa strana coppia, si fermò dinanzi alla casa del boss mafioso della cittadina. I due indugiarono quanto bastava a far capire a tutti che il capitano non veniva lasciato solo». «Tutto ciò che chiedo é che qualcuno mi prenda a braccetto e passeggi con me», disse quel giorno Dalla Chiesa al console
Jones. Poche ore dopo, in via Carini, veniva ucciso con la moglie, a colpi di kalashnikov.
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