Maffia, omertà, manutengolismo 

Avrei voluto risparmiare al lettore una definizione della maffia, convinto come sono che un fenomeno sociale complesso come è appunto la maffia, mal si presta ad essere con precisione ed esattezza circoscritto in una definizione, e che più di questa vale a darne un'idea completa lo studio oggettivo delle sue manifestazioni. Ma poichè fra noi dura ancora il gusto ed il bisogno delle definizioni, riporterò quelle degli onorevoli Bonfadini e Franchetti che più e meglio delle altre si avvicinano al concetto complesso di questa piaga sociale. « La maffia, scrive l'onorevole Bonfadini, non è una precisa società segreta, ma lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza, diretta ad ogni scopo di male; è la solidarietà istintiva, brutale, interessata, che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che amano trarre l'esistenza e gli agi, non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall'inganno e dalla intimidazione». Ed il Franchetti « unione di persone d'ogni grado, d'ogni professione, d'ogni specie, che, senza avere nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico, è un sentimento medioevale di colui che crede di poter provvedere alla tutela ed alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercè il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi».
Queste due definizioni, come si vede, in quanto allo scopo differiscono sostanzialmente, e prese anche insieme non sono ancora sufficienti a dare un criterio completo del contenuto vasto, vario e proteiforme della maffia. Bisognerebbe aggiungere che essa non ha regole fisse, nè gerarchia prestabilita, che ciò non pertanto s'insinua dappertutto, che è subita con pazienza generale anche dagli onesti che per le tradizionali violenze e vendette la ritengono ancora potente ed invincibile, che essa ha gradazioni varie dalla marina alla montagna, e che infine il suo scopo, oltre l'illecito lucro e il farsi giustizia da sè, è quello di imporsi al debole, di collegarsi per resistere al più forte, di guardarsi quindi dal Governo osteggiandone gli atti, non apertamente, ma con una specie di forza d'inerzia e col sotterfugio. Nè ancora la definizione sarebbe completa, ond'è, come dissi più utile lo studio oggettivo di essa.
Anzitutto, come si vede, nello scopo ha molti punti comuni con la camorra e con altre associazioni criminose, ma nella costituzione differisce essenzialmente, in quanto che non è organica, non ha statuti nè capi o sottocapi fissi e costanti. É bensì vero che in dati luoghi e territori l'elemento mafioso si organizza in perfetti sodalizi criminosi, e di fatti si dice la cosca ~ del tal paese o della tal famiglia; il tale é la cacocciula di tal paese o contrada, ma anche senza questi parziali organismi la maffia esisterebbe lo stesso, poichè essa, come ben comprese il Franchetti, non indica la cosa o le persone che la compongono, ma un modo di essere, di sentire e di operare. V'ha di più: quasi in ogni paese, a motivo delle clientele, vi sono due o più gruppi di maffia nemici tra di loro, che pur trovarsi d'accordo, nel mantenere il silenzio sulle imprese criminose anche dei nemici stessi, spinti. in ciò dall'interesse comune di sottrarsi alla repressione legale.
Si è fatta la distinzione tra alta e bassa maffia, tra maffia in berretto e maffia in guanti gialli, ma essa ha un valore relativo, come tra protettore e protetto, patrono e cliente, mandante ed esecutore materiale, ciò che meglio si scorge dal seguente brano di lettera del compianto principe di Galati, uomo quant'altri mai conoscitore delle nostre condizioni storiche e sociali. « Strumenti e vittime dell'alta mafia, Leone Nobile e compagni non esistono più. Domani vi saranno nuovi strumenti e nuove vittime. Scorrendo la storia di Sicilia, si è notato mai un brigante che non sia finito sulla forca o sotto le palle? Tutti, incominciando da Giangiorgio Lancia impiccato nel 1582, e terminando a Leone ucciso nel 1877, hanno avuto una triste fine. Non un solo ha potuto morire impunito. L'alta maffia è stata sempre risparmiata da tutti i Governi, incominciando da quello di Don Arrigo de Guzman, conte di Olivarez, e terminando a quello dell'onorevole Nicotera...
... « É vero che l'onorevole Nicotera fece ammonire parecchi baroni. Ma lievi punizioni, castighi illusori! L'alta maffia è intatta. Essa ha gettato al potere gli strumenti delle campagne, ma ha preservato quelli della città»..
Dissi altrove che il vero proprietario del latifondo abita in città, ed affitta questo al gabelloto. Da qui una prima fonte di relazioni tra le classi alte della campagna e quelle della marina. Lo scambio dei prodotti, il fatto che i gabelloti non hanno limiti fissi di territorio nei loro affitti, che si estendono da una un’altra provincia, ed altri contatti fanno più numerose e continue le conoscenze.
La posizione delle terre fa sì che i prodotti non vengano contemporaneamente a maturità, che in marina anticipa sempre d'una quarantina di giorni. La mancanza di macchine agrarie rende necessario il lavoro di molti contadini. Così all'epoca della mietitura numerose carovane di montagnesi scendono alla marina, e più tardi 'marinesi vanno in montagna.
Questi periodici riavvicinamenti servono di scambio potente di idee, amicizie e nemicizie e sistemi di delinquenza; il patrimonio morale e materiale della maffia si accresce, la mala pianta si ringagliardisce. V'è di più. Nei mesi d'inverno il gabelloto manda i suoi armenti in marina, da una provincia all'altra, per isvernare. E qui altri riavvicinamenti, altre conoscenze, altre solidarietà di maffia, altro incremento alla delinquenza.
Il mezzo più potente e più generale di riconoscersi sono poi i mercati di bestiame, o, come qui si dice, le fiere. Si può affermare con sicurezza che da aprile a tutto ottobre vi è un vero calendario di fiere annuali, e non havvi borgese o gabelloto che si rispetti che ignori una data o un luogo in cui ricorre mercato di bestiame. Immaginate una vasta pianura o due, tre colline coperte letteralmente di buoi, vacche, muli, cavalli, asini, pecore e capre di ogni qualità e valore, ed un brulichìo di persone d'ogni ceto (meno gli operai) che non
si vedono, ma s'indovinano dalle lunghe verghe, che, come torce a vento, s'innalzano e spiccano su quella massa compatta di uomini e di bestie... ed avrete un'idea di che cosa sia un mercato d'animali in Sicilia. Entrando in questo brulicame vi colpiscono tutti gli accenti delle quattro provincie di Palermo, Caltanissetta, Girgenti e Trapani; vedete con sorpresa parlarsi con confidenza come vecchie conoscenze persone di due lontanissimi paesi, farsi cortesie tra un campiere ed un ricco proprietario di diversa provincia, tra due bestiamari, l'uno di San Cataldo e l'altro di Gibellina; si direbbe di assistere a negozi tra vecchi amici. É in queste fiere che la mafia di ogni gradazione si riconosce al fiuto, si rivede, mette in comune le gherminelle dei varii paesi, raffina i suoi progetti e ne prepara l'esecuzione; in breve: queste fiere sono dei veri congressi interprovinciali della maffia, specialmente agricola.
Havvi poi un tal quale gergo. Giova però osservare che qui non si tratta di quel gergo completo, organico per così dire, ma di un linguaggio alquanto metaforico, ma che da un certo accento, dalla intonazione, dall'atteggiamento burbanzoso e rigido, dall'insieme della persona, rivela il maffioso a primo acchito. Statia (stadera) è la sciabola che come la stadera appunto si appende da un'estremità più grossa: la curuna (rosario) le catenelle o manette; l'ucchiali di Cavour (occhiale) i pollici introdotti tra noi dopo il 1860, sotto il governo di Cavour o dei piemontesi; lu licca-sapuni (leccasapone) il coltellaccio, per la somiglianza che ha con la paletta con cui i merciai prendono il sapone, tra noi poco solido; lu scusituri (scucitore) coltello, ecc. (5) É strano che in questi paesi caldi ed immaginosi, ove il linguaggio ordinario è tanto mallifluo, iperbolico e figurato, quello dei maffiosi è breve, sobrio, reciso. Eccone certe frasi: Ammuinati (da ammuinu, confusione) per dire: rispondi in modo confuso, contraddittorio, Va, finemmula, queste due parole hanno un significato vasto, vario e complesso e contengono quanto si potrebbe dire con una conversazione di parecchi minuti. Lassalu iri (lascialo andare), intendi con disprezzo: Caro mio, hai da fare con un imbecille, ci va della tua dignità a misurarti con lui, non val la pena di occuparsene e compromettersi. Be' lassalu stari (lascialo stare), in apparenza questa frase è identica a quella prima ricordata, eppure ha un significato affatto opposto, e si traduce: Costui merita una severa lezione, ma per ora non è il caso, aspettiamo, e quando meno se lo aspetta lo raggiungeremo. Concludendo si può dire che il gergo maffioso è poverissimo, variabile, inorganico; ma ciò si spiega facilmente laddove si pensi che i siciliani con lo strizzar dell'occhio, col gesto, con l'espressione variabilissima della faccia e della voce si comprendono facilmente pur rovesciando il significato naturale delle parole.
Coloro che hanno studiato i maffiosi nei soli racconti e sui giornali credono di riconoscerli al vestire. La tradizione delle antiche bonache (giacche di velluto) e delle scazzetti cu lu giummazzu (berretti dal grosso fiocco di seta) fece ritenere ai funzionari del continente che tutti coloro che ora vestono a quella guisa fossero pericolosi soggetti, e caddero in errori di una comicità qualche volta dolorosa per le conseguenze. Bisogna ripetere che la nota dominante del carattere dei maffiosi è lo diffidenza e la dissimulazione, specialmente da quando si accorsero che il nuovo Governo non scherzava e li perseguitava davvero. Smisero quindi tosto, quella foggia di vestire, che fu adottata dagli ingenui innocui che con essa credevano di darsi importanza, e che i veri maffiosi chiamano percia pagliaru (buca capanne), volendo indicare che essi non son capaci che di fare un buco nelle frasche di cui son costruite le nostre capanne. Il mafioso vero veste dimessamente, assume un linguaggio ed un atteggiamento di bonomia fratesca, ingenua, stupidamente attenta, soffre pazientemente l'ingiuria e gli schiaffi, ma alla sera... ti spara. Il percia pagliaru invece finchè si parla prende mosse tragiche, si gonfia come un tacchino, ma ad un gesto che accenni al calcio o allo schiaffo... scappa e dimentica. A questa categoria, che potrebbe chiamarsi la parodia della maffia, appartengono per lo più gli operai della montagna.
Questa dissimulazione si riscontra anche nel maffioso della classe alta. Un funzionario poco conoscitore crederà che il gabelloto che non si vede mai in paese e per gli ufficii, calmo, taciturno, sia un maffioso; e che l'altro che parla sempre di libertà, di moralità, che avvicina spesso gli uffici raccomandando or l'uno e l'altro e mostrandosi anzi ligio alla polizia, cui qualche volta promette i suoi servigi e i suoi aiuti, sia un fior di galantuomo. Ebbene, se crede a queste apparenze prenderà delle vere cantonate, poichè il primo è un onesto o un indifferente, l'altro è semplicemente il contrario.
Ed ora occupiamoci delle manifestazioni, incominciando dllie indirette e che potrebbero dirsi sussidiarle: omertà e manutengolismo. A dir vero parrebbe che manifestazioni della maffia siano quelle che direttamente si compiono nel dominio del codice penale; che l'omertà non sia che un ausiliario indiretto di esse, e il manutengolismo un reato sui generis, in quanto che con la prima facilita il permanere e l'impunità del delitto vero e proprio. Riflettendo però che omertà e manutengolismo sono qualcosa di vago e di comune al tempo stesso a tutti i fattori e a tutte le manifestazioni della maffia, e non volendo incorrere in inutili ripetizioni, è meglio occuparcene subito. Essi poi hanno comune lo scopo, facilitare l'impunità, e potrebbero definirsi reciprocamente così: l'omertà è il manutengolismo della parola, e questo l'omertà dei fatti.

3 Cosca vale foglia e cacocciula, carciofo. Un gruppo di maffia quindi viene assimilato ad un carciofo, di cui il capo piglia nome dal tutto, e gli aderenti dalle foglie.

 

 Riflessioni | I nostri lavori | Indagine | Teatro | Documenti| Bibliografia| Foderina| Antologia