Mafia e Fascismo
Salvo Porto
Linizio della grande guerra aveva rivelato
linsensibilità di molti siciliani al problema della difesa dello Stato. Questo
fenomeno, causato dalla lontananza del siciliano dallo Stato centrale,
sentimento ed atteggiamento maturati in anni di malgoverno, determinò in Sicilia
lantimilitarismo che portò molti giovani, soggetti alle armi, a darsi alla macchia,
piuttosto che gestire la divisa dellesercito italiano. I disertori, molto spesso,
ingrossarono le file del banditismo e, ancora più spesso vennero assoldati dalla mafia
che vide così aumentare il proprio organico, il clima della guerra facilitò in Sicilia
una serie di attività illecite legate al furto ed al commercio del bestiame, alla borsa
nera dei beni di consumo primario, allappalto delle forniture ai reparti militari di
dimora sullisola, che permisero a molti avventurieri di arricchirsi senza neanche
temere la persecuzione dello Stato, poiché la giustizia, logorata e impacciata dal-la
guerra, scarsamente riuscì a porvi freno.
A questi fatti caratteristici del periodo della guerra, si aggiunsero a complicare la
situazione dì ordine pubblico negli anni precedenti lavvento del fascismo, i
disordini che nel primo dopoguerra nacquero dalle richieste dei reduci, cui lo stato
dissestato non era in grado di porre ordine.
Confusamente i reduci e la popolazione, avviliti da tre anni di conflitto, chiedevano
riforme e chiedevano quella terra loro promessa che restava in Sicilia ancora nelle mani
di poche famiglie. Seguiva loccupazione delle terre. I governi Nitti e Giolitti
evìtavano di sanzionare direttamente questi Fatti, anzi, come avveniva a Palermo nel
novembre del 1920, legalizzavano loccupazione di 500 ettari di terra e permet-tevano
loccupazione temporanea di altri 300.
Questo stato di cose provocava la paura della grande proprietà, che sotto il vento
disgregatore del movimento contadino non poteva rivolgersi allo Stato < traditore>,
che, anzi, in quegli anni, approvava la legge Acerbo sulla riforma del latifondo, nè
poteva rivolgersi alla mafia perché cerano stati dei rivolgimenti allinterno
della vecchia « pacera » siciliana: alla vecchia mafia tradizionale si era affiancata
una nuova mafia sprezzante di ogni ordine ed incontrollabile. Questa nuova mafia «
progressista », sorta durante il disordine della guerra, rinvigorita dallarrivo
degli ex combattenti, incapaci di integrarsi in una regione in cui nulla si faceva per
uscire da uneconomia ferma al feudo, non si coalizzò con la « vecchia» mafia che
difendeva la proprietà, ma scelse una « via politica », Il fatto più saliente che si
poteva notare alla fine della prima guerra mondiale era la difficoltà della mafia di
arroccarsi attorno alla grande proprietà.
Fu solo dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, che il latifondo e la vecchia
mafia si schierarono definitivamente col fascismo, con la certezza che da esso sarebbero
stati difesi.
É un fatto che il fascismo penetrò in Sicilia in ritardo, rispetto alle altre regioni:
Alfredo Cucco giustificò questo ritardo con la mancanza « di un vero pericolo bolscevico
», in quanto nellisola era assente il proletariato industriale (nelle elezioni del
1921 i fascisti siciliani non avevano vinto alcun seggio).
Da parte sua, nei primi anni , il fascismo era completamente a corto di programmi e
soprattutto del potere per realizzarli, perché potesse avere le idee chiare su come
combattere la mafia: Musolini si dibatteva ancora in un ibrido di maniere forti e di
parlamentarismo e quest'ultimo, che non era tipico del suo partito, alla fine del 1924,
rischiava di metterlo in minoranza rispetto alle frange più estremiste del fascismo.
A bordo della corazzata « Dante Alighieri», Mussolini giunse Palermo il 4 maggio del
1924.
La sua sua permanenza in Sicilia, preannunciata della durata di due settimane, si concluse
dopo cinque giorni. Questo tempo fu comunque sufficiente perché il capo del governo si
rendesse conto di cosa fosse la mafia della quale volle visitare i centri più
,<rinomati > come Trapani, Girgenti, Paceco, Marsala, Piana dei Greci, e proprio in
questultimo paese, Mussolini visse lesperienza sconcertante, ormai passata
alla leggenda, di Francesco Cuccia « u chianalotu », sindaco del luogo.
Quello ed altri episodi di certo, non sfuggirono allattenzione di Mussolini che a
Girgenti ( la futura Agrigento) il 9 maggio, tra laltro disse: « Voi avete bisogno
di ordirne materiale che conosco, mi si è parlato di strade, di acque, di bonifiche, si
è detto che bisogna garantire la proprietà e lincolumità dei cittadini che
lavoravano. Ebbene, vi dichiaro che prenderò tutte le misiire necessarie per
tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve essere più oltre tollerato
che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscaito, danneggino una popo-lazione
magnifca come la vostra ». Il riferimento alla mafia era senzaltro esplicito.
Già a Palermo, qualche giorno prima, Mussolini aveva condannato la mafia nella sua
duplice definizione e in quella data dal Pitrè: « La mafia non è una riunione di
persone legate da un fine criminoso, ma è una morbosità psichica, insita con altri pregi
e difetti del popolo Siciliano », fenomeno definito anche « sicilianismo »; e nella sua
degenerazione antigiuridica di rivolta alla legge.
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