Quel giorno a Palermo

Questo è il racconto di un giorno a Palermo, ed è anche il racconto di un uomo e l’imminenza della sua morte. La sua sconfitta umana quando credeva di aver vinto la partita. Un paradigma della mia. L’anno è il 1978. Estate, un lungo giorno pieno di polvere, luce, sole, v. A Palermo arrivammo tardi, quando lo spettacolo era finito oramai. L’automobile bianca, una Fiat 124 sport, era stata trainata via da una «pantera»; i tre morti erano stati esaminati, scrutatati, fotografati da tutte le posizioni, deposti delicatamente in tre bare e portati all’obitorio. Anche il sangue era stato lavato dall’asfalto e testava solo un tenue disegno di gesso bianco, per indicare la sagoma di Ignazio Scelta; come cioè l’uomo, negli ultimi tre secondi della sua vita, fosse riuscito a spalancare lo sportello della vettura e mettere un piede a terra. E qui la sua vita era finita: pallettoni di lupara e proiettili calibro 38 in tutto il corpo. Cosi era caduto bocconi e il perito della polizia aveva diligentemente disegnato col gesso la sagoma sul selciato.

C’erano poche persone sul marciapiede, le insegne della piazza dell’Uditore erano spente, da un paio di balconi trapelava un filo di luce, tirava vento con un odore di salmastro portando già le prime gocce d’acqua. Il silenzio, quelle ombre umane che si allontanavano adagio, quegli ultimi lumi che si andavano spegnendo, l’imminenza della pioggia: l’atmosfera era davvero quella oramai distratta, ma ancora un po’ eccitata del dopo teatro. In quale altra arena al mondo, teatri greci o palcoscenici celebri, è possibile assistere a tragedie così spettacolari e vere Come talvolta accade in una piazza di Palermo? Senza annuncio, teatro happening direbbero gli esteti, gli spettatori coinvolti anche loro, non c’è trama, non c’è prologo, né conclusione; essendo in Sicilia, anche questo spettacolo ha una sua beffarda significazione pirandelliana: questa sera si recita a soggetto. In ogni caso si replica, non si sa quando e non si sa dove, e comunque con altri personaggi perché di solito i protagonisti, qui, appaiono una volta sola e scompaiono per sempre. Ecco, la pioggia avrebbe ora lavato la piazza dell’Uditore, cancellato dal selciato quell’esile traccia di gesso che disegnava il corpo di Ignazio Scelta, e di Ignazio Scelta si sarebbe perduto probabilmente tutto per sempre; anche il nome di chi lo aveva ucciso e perché. Quella sera riuscii solo a sapere che aveva 71 anni, che era stato per molti anni il luogotenente più fidato di Pietro Torretta, il boss dell’Uditore, capomafia famoso, un piccolo uomo magro e sinistro che non rideva mai, che era divenuto padrone di un quartiere, era stato condannato a ventidue anni di carcere per omicidio ed era morto per insufficienza renale al confino dell’Asinara. A Pietro Torretta era succeduto un altro ras, chiamato Michele Cavatajo: tutto l’opposto, un uomo alto, grasso, sanguigno, incline alla buona tavola, alla risata, una grande testa violenta, assolto con applausi al processo di Catanzaro e poi massacrato insieme con altri quattro individui, in un cantiere di viale Lazio. Ed era così giunto il momento di Ignazio Scelta, che aveva cominciato proprio dalla gavetta ed aveva ricevuto la sua consacrazione in un’aula di assise: accusato di aver assassina-to il ras di Cruillas, era stato assolto e una folla di cinquecento persone aveva tributato all’imputato, ed ovviamente anche alla corte di giustizia, una ovazione di trenta secondi. Sull’ala di quegli. applausi Ignazio Scelta era diventato il padrone del quartiere, era quasi vecchio oramai, ma aveva prudenza, astuzia, buonsenso, buona educazione, come rutti coloro che partono da zero e via via nella vita accumulano esperienza e saggezza. L’eco di quell’applauso è durata fino alle 19,45 dell’ultima sera, allorché il vecchio, seduto in quella Fiat bianca insieme a due giovanissimi fedeli, Rosario Virale e Girolamo Siino, ha visto un’automobile blu frenare di colpo accanto al suo sportello. Ha capito tutto in un lampo. Non per nulla era riuscito a vivere settantun’anni ai quali oramai c’erano da aggiungere solo tre secondi: il tempo di spalancare istintivamente lo sportello e gettarsi fuori. Un balzo breve incontro a due colpi di lupara e alcuni proiettili calibro 38 Nello stesso momento morivano, proprio senza nemmeno aver capito niente, anche i due ragazzi Siino e Vitale, troppo giovani ancora per percepire esattamente quando arriva la fine della vita. Di loro non restava nemmeno un disegno di gesso sull’asfalto. Due brevi vite, due comparse in un happening tragico che a Palermo si sarebbe replicato centinaia e centinaia di altre volte. Con altri personaggi il cui copione era però scritto già da quella sera. L’indomani intervistammo il questore di Palermo. Si chiamava Epifanio. Gli chiedemmo: <Allora la mafia é diventata padrona della città?>.

Il questore Epifanio era un siciliano alto, triste, quasi monumentale, stava seduto ad una scrivania di cristallo nero dove tutti gli oggetti erano posti in ordine perfetto, il taccuino degli appunti, due penne diritte come antenne, un portacenere di cristallo senza una cicca o una sbavuta di nicotina. Alle sue spalle, da una piccola foto in cornice, sorrideva malinconicamente il minuscolo volto del presidente Leone. Ci guardò con quella sorridente malinconia come a dire: con i casi Lockheed, il processo di Torino. le Brigate rosse, voi state qui a parlare di mafia? State pazziando? L’equivoco italiano è sempre questo: una tragedia nazionale si sovrappone all’altra e per qualche tempo (talvolta per sempre) la nasconde. Con identica malinconia, ma senza sorriso, mi guardava il questore Epifanio: «Io ho accettato di riceverla per riguardo alla professione del giornalista. Sia non posso rispondere ad alcuna domanda!».

Silenzio. Per l’occasione il questore aveva convocato nel suo studio il capo della Criminalpol, Contrada, e il capo della. squadra mobile, Giuliano. Stavano dinnanzi a me, su due poltroncine, in silenzio, con malinconia anche loro, le gambe accavallate, le dita intrecciate. Contrada era un bell’uomo con lunghi capelli grigi, l’aria distinta e impercettibilmente scettica di chi ne ha viste tante oramai, cioè tanti morti in mezzo alle strade. Aveva assistito a tanti spettacoli. Non si emozionava più. Giuliano invece era più piccolino, nervoso, con una giacca di velluto scuro, una enorme cravatta, un paio di baffoni spioventi, a incontrarlo per la strada lo si sarebbe giudicato un artista, un designer di moda, un giovane allenatore di calcio. Tutti e quattro in silenzio, il fotografo fece timidamente cenno che avrebbe voluto scattare una foto, il questore inarcò negativamente un sopracciglio, il fotografo fece un piccolo inchino di scuse e tornò a sedere nell’angolo. Come se leggesse una velina ministeriale, il questore disse: «Naturalmente non posso rispondere su fatti precisi, personaggi, crimini sui quali sono ancora in corso le indagini, particolari, indizi, moventi, parole ancora coperte dal segreto isrtuttorio o dalla necessità investigativa..., >.

Ebbe finalmente un sorriso, forse un po’ rassegnato, riordinò adagio tutte le cose che erano già estremamente ordinate sul suo scrittoio, consenti con un moto delle palpebre che il fotografo potesse scattare qualche istantanea, parlò con me e nello stesso tempo parlò anche con i suoi due importanti gregari e collaboratori. Prima di continuare aspettava ogni volta che l’uno o l’altro consentissero silenziosamente:

,<La maffia è un fatto! Cioè un fenomeno. Cioè una realtà. Bisognerebbe modificare totalmente l’anima della gente e sostituirla con un’altra anima. Ma allora saremmo svedesi, non saremmo più siciliani, non ci sarebbe più quella fantastica cattedrale. quei palazzi, quei monumenti quei vicoli, quel mare, questi esseri umani. Io sono un servitore dello Stato il quale é stato affidato il compito di combattere il crimine, di prevenirlo dove é possibile E noi questo facciamo, giorno e notte, in ogni strada. quartiere. piazza, contrada di questa città che sfiora il milione di abitanti Una cosa posso dire con assoluta certezza: fra tutte le grandi città italiane Palermo è quella con il più basso indice di criminalità...» ,<Signor questore, novantuno omicidi nell’ultimo anno...!; > «Dico criminalità comune, ladri, rapinatori, teppisti, scippalori, quella criminalità che è diventata l’incubo dei grandi agglomerati urbani, che assalta, che depreda, saccheggia, uccide, devasta. Nelle grandi città italiane quasi sempre, dopo le nove di sera, le strade si fanno deserte, le famiglie hanno paura di affrontare l’oscurità; qui a Palermo la genie è tranquilla, le famiglie vanno a teatro, al cinema, ai ristoranti. In realtà sentono la nostra presenza dovunque, non c’è un farro, un pericolo, una imminenza, un fenomeno che non sia diventato oramai soprattutto un farro di polizia: la mancanza dell’acqua e la rivolta di migliaia di donne nei quartieri poveri, uno sciopero studentesco che paralizza le vie del centro, un assalto di senza tetto alle case popolari, il crollo improvviso di un palazzo, la sorveglianza delle banche, degli uffici postali, il presidio alle manifestazioni politiche ed artistiche, alle prime teatrali, alle zone del centro. Palermo è una città alla quale offriamo giorno e notte una garanzia di vita civile!» Il questore Epifanio parve mollo soddisfatto della sua frase, incrociò le sue belle mani bianche sul vetro dello scrittoio e ci guardò con grande malinconia, come a dire: vuol sapere qualcos’altro?

,<Duecento assassinii negli ultimi due anni!, >

Il questore volse uno sguardo interrogativo al capo della squadra mobile il quale, rispettosamente fece un cenno di assenso:

<Su per giù!,>, e il questore riprese la sua sorridente dignità di servitore dello Stato.

,<Io dirigo la questura di Palermo solo da alcuni mesi!> Alle sue spalle, dalla piccola cornice dorata, il volto Aguzzo di Giovanni Leone continua;a a fissarci con l’aguzza malinconia del napoletano insigne, il quale sa le cose della vita. sorrideva e pareva che anche lui volesse dirci: .<ln questi ultimi anni in Italia ci sono state stragi e attentati per moventi polititi. e pei l’identica ragione sono stati uccisi altissimi magistrati, funzionari di polizia, giudici, presidenti degli ordini forensi, giornalisti. illustri, secondini delle carceri! E ,voi parlare di mafia... ma siamo seri,>.

Salutammo il questore Epifanio, il fotografo avrebbe ,voluto scattargli un primo piano ma il questore lo paralizzò con un semplice tremore della palpebra, il fotografo indietreggiando rovesciò due sedie. Allora ce ne andammo con Giuliano, a visitare il. suo reparto.

Era allegro, spavaldo, si chiamava Boris, scherzava sui suoi baffoni alla russa, veniva da Messina ma non aveva !a bonomia dei peloritani, era aggressivo, ridente; ecco uno al quale piaceva essere poliziotto, con quel tanto di avventuroso, di spregiudicato che conserva la professione. Parlava della sua squadra mobile come un parroco avrebbe parlalo della sua chiesa, un architetto del suo palazzo, come Trapattoni della Juventus. Aveva un archivio perfetto dal quale emergevano gli assassinii, come in un calendario, nomi, dare, indizi, collegamenti, luoghi, caratteristiche, armi.

Su tutta una parete un gigantesco pannello luminoso che raffigurava la città, divisa in quindici zone, ognuna presidiata da alcune volanti: bastava che uno di questi quadranti si accendesse perché tutt’intorno al luogo dell’allarme si formasse automatica mente una specie di cerchio con decine di autoradio, centinaia di uomini e di mitra. Le camerate che circondavano il grande cortile della Mobile erano costruite come quelle dei pompieri. con un grande buco sul pavimento e un palo di ferro al centro in modo che ad un allarme tutti gli uomini di guardia si potessero lasciare scivolare in un attimo al pianterreno e slanciarsi sulle autoradio, già col motore acceso. Teoricamente, in meno di un minuto, le volanti, sia di pattuglia che dalla centrale, potevano arrivare in qualsiasi punto della città.

1 criminali comuni lo sapevano. Scippatori, rapinatori, teppisti, ladri, in trenta secondi non si può fare nemmeno la rapina a un ufficio postale. Ma in trenta secondi si possono uccidere tre uomini: il tempo di sparare quaranta, cinquanta proiettili e alcuni colpi di lupara, girare l’angolo, gettarsi fuori dall’auto e magari tornare adagio verso il luogo della strage: che è stato, chi é morto?

In realtà li squadra mobile di Palermo di Boris Giuliano era forse la meglio organizzata di tutta Italia e reggeva il confronto, anche sul piano della sofisticazione tecnica, con le più grandi città europee. Il suo terminal, collegato al centro elettronico della capitale era in condizione, nel ;volgere di pochi secondi, di conoscere e interpretare decine di migliaia di situazioni e personaggi criminali e quindi di dare ad ogni delitto una valutazione immediata quanto più esatta e completa. E intanto si estendeva sempre più la rete delle telecamere che scrutavano le zone nevralgiche della città in modo da poter assicurare anche un controllo visivo e diretto degli avvenimenti, tanto più prezioso in occasione di fenomeni collettivi, nei quali è essenziale conoscere o anticipare le migrazioni violente di una folla. Boris Giuliano orgogliosamente affermò: «Ho quattrocento uomini a disposizione, tutti coordinati in una struttura di perfetta efficienza. Siamo in condizione di poter affrontare le indagini, contemporaneamente, anche su cinque omicidi in cinque posti diversi».

Quattrocento uomini devoti, efficienti, preparati, quattrocento poliziotti che sapevano estrarre la pistola e sparare in tre secondi come gli sceriffi del Far west, che sapevano accorrere in meno d’un minuto a circondare qualsiasi luogo dove un ufficio postale o una gioielleria fossero stati assaltati dai criminali, potevano dare serenità alla famigliola borghese che la sera voleva andare al cinema e in trattoria, garbatamente acquietare un correo di studenti, proteggere i palazzi dai ladri e le banche dai rapinatori. Boris Giuliano era allegro quella sera parlando dei suoi uomini e delle sue quattrocento pistole. C’era qualcosa di americano in lui, voglio dire quegli americani che noi siamo abituati a vedere nei serial televisivi, «squadra cinque zero», cioè qualcosa di infantile e temerario, una contentezza, una avidità del suo lavoro e della vita. Spalancò la giacca: aveva due pistole di grosso calibro, una all’ascella e l’altra alla cinta, ne prese una e la fece prodigiosamente volteggiare fra le dita puntandola fulmineamente qua’ là in pochi secondi. Rise: «Non mi fottono!

In tre secondi posso mettere a bersaglio dieci proiettili in direzioni diverse!: >.

Improvvisamente si ammansì, rimase a guardarmi in silenzio con un’ombra di misterioso sorriso. Consentì due volte col capo:

<Si, lo so, non è questo che serve, e nemmeno le quattrocento pistole che garantiscono dai ladri c rapinatori. Il vero nemico sta altrove, quello che sta uccidendo ogni giorno la nostra società. E questa bellissima infelice città. Ma qualcosa sta per accadere. Non serviranno nemmeno le pistole, mi presenterò con le mani in tasca, sorridendo: Buongiorno signori! Per voi è finita, ho le prove !>.

Ci volle accompagnare fino al tassì. Era un uomo contento. Ci dette un piccolo pugno di congedo, ridendo: <La sera è splendida e Palermo bellissima ! >. E in effetti Palermo era bellissima quella sera. Un autentico volto da capitale. Era solenne, malinconica, splendida, i viali favolosi pieni di insegne, le immense piazze con i monumenti della storia, i ristoranti di lusso, i palazzi di cristallo. Il tassista, un omino segaligno, un po’ sfottente, non sembrava nemmeno tanto palermitano, indicò quei palazzi di cristallo, si levò la cicca dall’angolo della bocca, perché il ghigno gli riuscisse più spontaneo: «Chissà quanti ce ne sono, murati dentro quel cemento».

Alle ore 23 la replica. La scena fu una bettola della vecchia «Vucciria>, dove tre giovani erano seduti ad un tavolo, in mezzo ad una folla di avventori. Dieci secondi di fuoco: il primo morì col torace sfondato dai pallettoni, il secondo restò a gambe e braccia spalancate sulla sedia con il petto trapassato dai proiettili, il terzo, col volto insanguinato, si gettò verso l’uscita e qui un proiettile lo prese alla nuca, poi un altro. Il terzo proiettile lo colse ancora dritto in piedi ma già morto. Di tre in tre. L’happening si sarebbe replicato a data e luogo e personaggi da stabilirsi.

Ore nove del mattino di un altro giorno qualsiasi. Boris Giuliano, il capo della squadra mobile, il ridente sceriffo di Palermo, agile, allegro, spavaldo, con quei baffoni alla tartara, la pistola infilata alla cintola, la sigaretta in bocca, il poliziotto più temerario e temuto di Palermo, il funzionario che comandava i quattrocento agenti più organizzati d’Italia, che in meno di un minuto potevano bloccare un quartiere, uscì di casa e andò al bar dirimpetto a prendere il suo primo caffè. Era più allegro del solito. Qualcuno poi disse che aveva finalmente scoperto un filo, uno di quelli che legano la mafia della droga alle banche di Sindona. E che stesse cercando le ultime prove.

«Un caffè!> Mise le monete sul banco e in quell’istante un giovane entrò nel bar alle sue spalle. Poteva avere venti, venticinque anni, nella destra impugnava una calibro 38: sparò da trenta centimetri addosso a Boris Giuliano, tre, quattro colpi, si volse per un attimo al proprietario del bar che stava urlando di terrore. <E tu muto!», poi si chinò sul corpo insanguinato di Boris Giuliano e gli sparò il colpo di grazia alla testa. E l’assassino se ne andò. Era a viso scoperto.

E un killer a volto scoperto, un ragazzo di nemmeno venti anni uccise il giudice istruttore Cesare Terranova. Lo attese nella piazzetta antistante casa, a gambe larghe, per sbarrare il passo all’auto che usciva dal garage. Cominciò a sparare lentamente, prendendo con cura la mira: dapprima uccise l’autista, un maresciallo di polizia e poi con calma cominciò a sparare contro Terranova. Non aveva nemmeno complici che lo aspettassero da qualche parte per proteggergli la fuga; se ne andò a piedi lentamente, voltandosi curioso ad osservare quell’auto con il parabrezza sporco di sangue al centro della piazza deserta che continuava a restare deserta. Per i primi tre minuti nessuno osò uscire fuori casa per capire quello che era accaduto. Fu certamente quello il più grave assassinio commesso dalla mafia, probabilmente più importante dell’uccisione dello stesso generale Dalla Chiesa, Terranova rappresentava infatti il perfetto nemico della mafia, sicuramente l’uomo che con maggiore intelligenza, superiore capacità culturale, intransigente onestà, abbia mai dedicato tutte le sue forze morali e intellettuali a lottare contro il fenomeno criminale che sta divorando la nazione. Egli fu anche l’uomo che probabilmente sarebbe riuscito a infliggere un colpo mortale al nemico, soprattutto a livello politico, se all’ultimo istante, proprio nella fase decisiva, nella imminenza cioè dell’ultimo scontro, non fosse stato tradito dal suo candore umano, forse anche da un attimo di superbia, dal concerto che egli aveva di se stesso e della sua onnipotenza. Era magistrato ed era onesto. Chi avrebbe mai potuto osare toccarlo?

Il giudice Terranova era siciliano (come Boris Giuliano, come il colonnello Russo, come il presidente Mattarella, come il capitano Basile e il procuratore capo Costa) e rappresenta una orgogliosa verità siciliana dinnanzi alla nazione: cioè se la mafia è profonda-mente siciliana nella genesi e persino nel concetto, proprio un prodotto della cultura storica siciliana, i soli uomini che le abbiano contrastato il passo con sprezzante coraggio, con altissimo senso civile, con tragica coscienza del rischio fino al sacrificio personale, cioè con un concetto dell’onore umano che probabi1mente appartiene solo ai siciliani, sono siciliani. Quasi sempre lasciati soli, spesso disarmati, o abbandonati e traditi dallo Stato in questa lotta che aveva (che ha) come traguardo finale l’affermazione dello Stato e la difesa della nazione.

Nessuno operò mai, e forse riuscirà mai più ad operare contro la mafia, con eguale forza e intuito di Cesare Terranova, con identica pazienza, rigore logico e politico. astuzia civile, costanza di sentimento e più raffinata dote intellettuale. Tutto quello che egli fece porta questo segno e la sua caduta fu dunque una sconfitta di tutti gli italiani, i quali però nemmeno lo capirono. E nessuno, né forze politiche, né sindacati, né organi d’informazione, giornali o televisione di Stato, fece niente per spiegarlo.

Il suo ritratto, disegnato con le poche parole essenziali, fu il seguente. Cesare Terranova era procuratore della repubblica di Marsala. Dal suo ufficio egli riuscì ad inchiodare alle loro mortali responsabilità almeno una cinquantina di mafiosi. Egli aveva capito però, egli sapeva che oramai la mafia si era impadronita del mercato della droga, e che ciò avrebbe provocato una crisi di violenza criminale sempre più vasta; e che dunque la nuova mafia aveva sempre più bisogno di alleanze sempre più alte nel mondo della finanza e della politica, per amministrare e riciclare una massa di denaro sempre crescente; e che, infine, per lottare contro questo fenomeno l’ufficio perfetto, quello dotato di tutti gli strumenti essenziali e decisivi, era l’ufficio istruttorio di Palermo. Intuì anche che bisognava conquistare, proprio letteralmente possedere le chiavi di quell’ufficio, senza possibilità che altri più in alto potessero deformare, sottrarre, chiudere, archiviare, vietare. L’ufficio istruttorio è infatti l’organo più potente della giustizia e quindi della società,’più ancora di un ministero degli interni o di qualsiasi procura della repubblica poiché sul tavolo di un giudice istruttore affluiscono tutti i documenti, le denunce, i fatti, gli interrogatori, le inchieste. Un giudice istruttore con un solo tratto di penna può distruggere il lavoro di un anno di una équipe di carabinieri, questori e sostituti procuratori. Il capo di un giudicato d’istruzione è sovrano nel suo territorio.

Cesare Terranova sapeva tutto questo e voleva dunque le chiavi di quell’ufficio istruttorio di Palermo, e sapeva anche che a quell’ufficio bisognava arrivare con le idee perfettamente chiare, avendo già nella borsa documenti, accuse, nomi e prove riguardanti non solo Palermo, ma tutte le complicità a livello siciliano e nazionale.

C’era solo un organo ufficiale di giustizia che poteva consentire questo: la commissione parlamentare antimafia alla quale lo Stato con legge speciale aveva delegato poteri eccezionali. Poteva indagare dovunque, uffici, tribunali, banche, procure, intendenze, inter-rogare chi voleva, galantuomini e malviventi, deputati e ministri. Cesare Terranova si fece eleggere deputato come indipendente nella lista dei comunisti, nel collegio di Palermo, e una volta giunto in parlamento venne inserito nella commissione antimafia. In tre anni fu in condizione di conoscere tutto quello che voleva, che gli era necessario per capire perfettamente la struttura mafiosa a livello nazionale con tutte le infinite e oscure complicità politiche cioè tutto quello che nessun ufficio di procura avrebbe mai potuto conoscere.

Presentò allora la richiesta di andare a dirigere l’ufficio di istruzione della corte di appello di Palermo. Era nel suo diritto. Nessuno poteva opporsi. Non c’erano candidati che avessero in tutto l’ambiente della giustizia siciliana lo stesso enorme prestigio.

Fu quello il momento di massimo rischio della struttura mafiosa a tutti i livelli. Sarebbero cadute le teste dei re, e comunque i re non sarebbero stati più re. Nella orgogliosa imminenza della giustizia che aveva sognato per tutta la vita e per la quale aveva dato un patrimonio incredibile di intelligenza, forza, coraggio, astuzia e sapienza, Cesare Terranova credette (come Scaglione, dal quale tuttavia era così profondamente diverso) d’essere al di sopra di ogni rischio, di avete la invulnerabilità della sua onestà. Lo ammazzò un killer che, probabilmente, allontanandosi dalla piazza a passo lento, dovette anche un po’ ridere pensando a come la gente si facesse facilmente uccidere, Come del resto, facilmente, uno dopo l’altro, si sono fatti uccidete anche il capitano Basile, addirittura con la sua bambina in braccio, il presidente Mattarella mentre andava a messa con la moglie, il procuratore Costa mentre passeggiava all’imbrunire per le strade di Palermo, Pio La Torre sulla sua macchinetta, a pochi passi dall’ufficio, e infine Dalla Chiesa, sbucato dai bunker della sua vittoriosa battaglia contro le Brigate rosse e venuto inerme a farsi uccidere in mezzo ad una strada della vecchia Palermo.

Emanuele Scalici

LA MAFIA SICILIANA

Cavalleria di Porta Montalto
Sampolo nei fatti di Palermo

a cura di Aldo D'Asdia

Biblioteca Letteraria Siciliana

"Il Vespro"

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