UN’OMELIA CONTRO LA MAFIA.

L'ha pronunciata, in occasione del delitto Dalla Chiesa, il cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo. Da allora sacerdoti coraggiosi e gruppi votati al rinnovamento sociale della Sicilia hanno mobilitato la popolazione, scatenando contro il crimine organizzato un'offensiva che potrebbe segnarne la fine.

CRISTOFORO MATTEI


DALL’ALTO del pulpito in legno finemente intagliato della chiesa di San Domenico, il cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, osservava i fedeli. Sui banchi c’erano, vestiti a lutto, i più importanti uomini politici della Sicilia, anzi d’Italia. Il governo al gran completo era venuto a presenziare a un servizio funebre diverso dai soliti. Meno di 24 ore prima, il generale Carlo Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, era stato ucciso assieme alla moglie in una via del centro cittadino. Con la sua morte la mafia aveva siglato l’ultimo e il più sconvolgente di una catena di assassini ad alto livello.

Prima di venire a Palermo, Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, aveva comandato una speciale unità costituita per combattere le Brigate Rosse, riuscendo a sgominare nel giro di tre anni la più grossa, pericolosa e meglio organizzata fra le organizzazioni terroristiche europee. I capi delle Br erano già dietro le sbarre quando il generale venne mandato in Sicilia per ripetere l’impresa con la mafia, ma a Palermo durò appena quattro mesi.

Strumenti della sua esecuzione furono, non meno dei mitra Kalašnicov di fabbricazione sovietica usati dagli assassini, le incertezze

e i tentennamenti, e in certi casi addirittura l’ostruzionismo, di diversi uomini politici che avrebbero dovuto fornirgli tutta la collaborazione possibile, e che invece lo lasciarono solo e privo degli appoggi, anche a livello legislativo, indispensabili per svolgere il compito affidatogli. Il 4 settembre del 1982, tra i personaggi seduti nelle prime file ad attendere l’inizio dell’omelia ce n’erano probabilmente alcuni che avevano contribuito a relegare Dalla Chiesa nel limbo da cui era uscito cadavere.

Il cardinale Pappalardo, 66 anni, è un oratore impetuoso, e i suoi fedeli erano abituati alle sue prediche che vanno dritte al punto senza tanti fronzoli. Ma i fedeli di riguardo venuti per l’occasione non erano preparati a ciò che il presule aveva in serbo per loro. La mafia, disse il cardinale pronunciando la parola con tutto il disprezzo di cui era capace, era un demone dell’odio, l’incarnazione stessa di Satana. Per anni e anni la sua forza malvagia aveva minato le basi della società siciliana, e ora era cresciuta al punto da sfidare lo stesso stato italiano, da non esitare minimamente a «offendere e umiliare le sue istituzioni, a uccidere i suoi cittadini migliori».

Cosa facevano gli uomini politici, tuonò Pappalardo, mentre gli assassini colpivano dove e quando volevano? Perdevano tempo. «Mentre a Roma si discuteva, Sagunto veniva espugnata» citò da Sallustio il cardinale (facendo riferimento a una città romana saccheggiata dai Cartaginesi nel III secolo a.C.) «Ma in questo caso al nome di Sagunto bisogna sostituire quello di Palermo.» Parecchi volti impallidirono sotto le sferzanti accuse dell’arcivescovo. Ma dal fondo della chiesa, dove se deva la gente comune, si levò prima timido, poi sempre più convinto, un applauso. Quei fedeli sapevano che Pappalardo diceva parole di verità e giustizia.

La cosiddetta «Omelia di Sagunto» ha segnato una svolta nella lotta contro la mafia. Con il suo violento atto d’accusa, riportato per intero il giorno seguente da tutti i giornali del paese, il cardinale Pappalardo fece arrossire di vergogna la classe politica italiana, che dopo anni di indugi approvò a tamburo battente la legge Rognoni-Latorre, n. 646, contro la malavita organizzata. E’ per questa via che si è arrivati, fra l’altro, alla nomina di un Alto Commissario per la lotta contro la mafia e alla confisca dei beni di chi è gravemente sospettato di appartenere alla mafia. Ma ancora più rilevante, forse, è il fatto che il giorno dell’omelia ha coinciso con quello in cui, guidati dal loro arcivescovo come per una moderna crociata, i cattolici di Palermo hanno dichiarato guerra alla malavita organizzata.

Altre volte il cardinale Pappalardo aveva levato la sua voce contro la mafia, e la prima fu nel 1979, quando parlò al funerale di Boris Giuliano, capo del reparto investigativo della polizia di Palermo. Con Giuliano, sono cadute negli ultimi cinque anni e mezzo sul fronte della lotta al crimine organizzato oltre 30 persone tra magistrati, poliziotti, carabinieri e altri.

Nel 1981, subito dopo un’ondata di delitti mafiosi in tutta la Sicilia, Pappalardo celebrò nel duomo di Palermo una funzione, subito definita la "Messa antimafia", in cui si rivolse direttamente ai mafiosi dicendo: «Il profitto che deriva dall’omicidio è maledetto da Dio e dagli uomini. E quand’’anche riusciste a sfuggire alla giustizia degli uomini, non riuscirete mai a sfuggire a quella di Dio.».

Oggi quella di Pappalardo non è più una voce isolata. Tre anni fa la conferenza episcopale siciliana ha bollato l’appartenenza alla mafia come un peccato automaticamente passibile di scomunica. Da quel momento in avanti in alcune chiese della Sicilia la predica domenicale ha cominciato ad acquistare requisitoria in un processo di mafia. Nell’agosto del I982, per esempio, i parroci delle cittadine di Bagheria, Casteldaccia, Villabate e Altavilla Milicia, un «quadrilatero» dove particolarmente numerosi sono i delitti di mafia, decisero di fare tutti una predica dello stesso tenore. Non uomini di rispetto sono i mafiosi, dissero ai parrocchiani, ma trafficanti di droga e assassini su commissione, gente che un buon cristiano deve evitare come la peste.

«Dobbiamo parlare chiaro» mi ha detto padre Giacomo Ribaudo, 40 anni, parroco di Villabate. <Noi sacerdoti abbiamo il dovere di creare un nuovo tipo di coscienza contro la mafia. Ogni volta che mi si presenta l’occasione di farlo; dó addosso a questi malfattori, che ora non mi salutano più quando mi incontrano per la strada. E questo, mi creda, io lo considero un onore.»

E un circolo vizioso mi ha spiegato il sacerdote, un uomo molto deciso: figlia della povertà e del sottosviluppo, la mafia genera poverta e sottosviluppo. Villabate, una cittadina di 13.000 abitanti, non ha un ospizio per i vecchi, un centro per gli handicappati, un asilo-nido. Il commercio e le attività economiche non riescono a svilupparsi, perché qui non si può far nulla senza dover dividere con l’«onorata società». E se poi qualcuno, un commerciante per esempio, comincia a far soldi, ecco che «se li ritrova subito sulla schiena» come ha detto don Ribaudo.
Per i mafiosi di Villabate il prete è il nemico pubblico n. 1. Usando la forza persuasiva della sua eloquenza «le parole sono più pericolose di qualunque arma da fuoco» - don Ribaudo è riuscito a creare nel 1983, insieme ad altra gente del posto, il Movimento Nuova Sicilia che ha sollecitato i democristiani locali a presentare liste «pulite», cioè senza candidati in alcun modo associabili alla mafia. Talvolta quel che ci vuole per dare coraggio a un'intera comunità é un uomo coraggioso.

Palermo è una Villabate elevata all'ennesima potenza, dove la mafia é molto potente ed è riuscita a infiltrare molti settori alla pubblica amministrazione. La città, pur ricca di negozi di negozi e ristoranti che non hanno nulla da invidiare a quelli di Milano; ha servizi sociali praticamente inesistenti. Delle tre sale operatorie di cui é dotato un ospedale cittadino soltanto una é utilizzabile. Le scuole scoppiano, tanto che le lezioni sono organizzate in tre turni giornalieri. Il sistema non riesce a garantire a una persona i servizi di cui ha bisogno per soddisfare le sue esigenze primarie? E allora la persona in questione si rivolge a chi opera al di fuori dal sistema. La mafia le procura un lavoro, una casa, una pensione di vecchiaia o di invalidità. Ma chi accetta il suo aiuto diventa automaticamente debitore di un «favore». Ecco perché qualunque iniziativa in grado di migliorare le condizioni di vita della popolazione di Palermo è anche un serio colpo inferto alla mafia.

Due organizzazioni cattoliche hanno scelto questa strategia. Una è la «missione di Palermo» del cardinale Pappalardo, dove ogni giorno assistenti sociali volontari danno una mano a risolvere problemi di ogni tipo: trovare una casa per una famiglia appena sfrattata, un lavoro per un ex detenuto, un centro terapeutico per un drogato che vorrebbe smettere. L'altra è «Città per l'Uomo», un gruppo di rinnovamento sociale che ha deciso di combattere la mafia anche sul terreno politico.

I rapporti tra la malavita organizzata e il mondo degli affari sono stati denunciati da anni ed esistono inquietanti legami tra gli amministratori pubblici e la mafia. La mafia può far convergere con uno schiocco di dita i voti su un candidato, e questi, una volta eletto, ricambia concedendo lucrosi appalti di lavori pubblici. Oggi la mafia è una grande industria circa 6.000 miliardi di lire l'anno solo dal traffico degli stupefacenti. Con tanto denaro si possono comprare barcate di uomini politici, e non soltanto a livello locale.

«Vogliamo dare a Palermo un volto umano» dice Giorgio Gabrielli, leader di «Città per l'uomo». «E per farlo siamo costretti a prendere posizione contro una classe politica responsabile di un'amministrazione così catastrofica.» Nel caso specifico la Democrazia Cristiana ha il carico maggiore di responsabilità perché ha sempre avuto la maggioranza (assoluta o relativa) in consiglio comunale. Secondo Gabriflli, questa Dc in questi anni ha costantemente tradito i valori ideali del proprio patrimonio culturale e storico. Ed è

per questa ragione che «Città per1'Uomo» ha presentato una propria lista alle elezioni amministrative di maggio, e un programma che prevede riforme radicali e la bonifica dell'amministrazione cittadina.

Benché il tentativo di questi gruppi d'impegno- civile di minare il potere della mafia alle elezioni di maggio abbia avuto meno successo di quel che gli organizzatori speravano, è innegabile che, sotto la guida del cardinale Pappalardo, della Chiesa e delle comunità cattoliche, la cittadinanza stia diventando sempre più insofferente del giogo che la malavita organizzata le impone da tempo immemorabile.

Nel settembre 1984, per esempio, una mostra d'arte con dipinti di soggetti anti-mafia venne allestita proprio a Corleone, una delle roccaforti dell'onorata società, che sarebbe come organizzare una mostra anticomunista nella Piazza Rossa di Mosca. Nel dicembre di quello stesso anno i parenti di due mafiosi assassinati si presentarono come parte lesa al processo dei presunti killer, fatto senza precedenti in un mondo fino a quel momento dominato dalla ferrea legge dell'omertà.

Vincenzo Marsala, il figlio di uno degli uccisi, fece nomi e cognomi dei quattro che considerava responsabili della morte del padre, e anche Giuseppa Montaldo non ebbe esitazioni nell'accusare Leonardo Lo Cascio e Salvatore Forcella. In tribunale la donna vestita di nero indicò con mano ferma i due mafiosi che sedevano in manette al banco degli imputati e disse: «Si, non ho dubbi: sono questi gli uomini che hanno ucciso mio padre.»

Vincenzo Marsala e Giuseppa Montaldo erano perfettamente consapevoli dei rischi ai quali si esponevano testimoniando. «Non ci importa di quello che può accaderci, purché sia fatta giustizia» hanno detto ai giornalisti. E giustizia è stata fatta. Il 26 gennaio scorso la Corte d'Assise di Palermo ha condannato i sei imputati a 22 anni di detenzione.

Per quanto fuori dal comune siano gli episodi summenzionati, il fatto che più di ogni altro forse dà 1'idea di come stia cambiando la situazione in Sicilia è il comportamento di alcuni mafiosi che, voltate le spalle alla «società», stanno testimoniando contro i loro ex compagni di malavita. Chiaramente, il vecchio detto per cui «non ci sono ex mafiosi, ma soltanto mafiosi defunti» non risponde più a verità.

Vincenzo Geraci, un procuratore di Palermo specializzato in casi di antimafia, si mostra fiducioso e convinto che ora ci siano buone speranze di vincere la guerra contro l'onorata società. Tre anni fa il magistrato si occupò di un caso di una chiarezza esemplare: alcuni mafiosi erano accusati dell'assassinio di un ufficiale dei Carabinieri, e tutto concorreva a farli giudicare colpevoli, ma i giudici li assolsero. Al processo di appello, tenutosi di recente, gli imputati sono stati condannati all'ergastolo, e sulla base delle stesse prove addotte nel primo dibattimento. La differenza, sostiene il procuratore Geraci, l'ha fatta l'opinione pubblica. «La gente è scesa in campo

contro la mafia con una determinazione che sarebbe stata impensabile qualche tempo fa dice il magistrato. «Con l'attenzione dell'opinione pubblica, in Sicilia e nel resto del paese, focalizzata su di loro, giudici e giurati non possono più cedere tanto facilmente alle minacce.»

Viene dai giovani siciliani, comunque, l'esempio che fa sperare in un'effettiva possibilità di estirpare una volta per tutte il cancro della mafia. Il 3 settembre del 1984 una folla di 1000 persone, composta quasi per intero di studenti, ha marciato per le vie di Palermo alla luce delle torce per ricordare l'anniversario della morte del generale Dalla Chiesa. Il 16 ottobre hanno manifestato contro la mafia 10.000 ragazzi delle scuole medie superiori..

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