Il cinema al tempo della mafia Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi " la tematica mafia " ha attirato l'attenzione di molti registi, ma le esigenze di spettacolo hanno sollecitato l'introduzione di metodi collaudati nel genere western e thriller, condizionando in tal modo la denuncia e l'analisi del fenomeno.
Nel rappresentare l'universo mafioso il cinema non solo ha accolto molti stereotipi comuni, ma ne ha anche creato e diffuso di nuovi alimentando nel pubblico false convinzioni. Gli antieroi quasi per magia si trasformano in eroi, destando ammirazione, i confini tra bene e male diventano labili e l'esistenza della mafia sembra trovare una giustificazione. Lo spettatore posto di fronte a questi ambigui messaggi si disorienta e perde di vista il problema di fondo.
Nel '49 apparve sugli schermi il film " In nome della legge "di Pietro Germi, ritenuto un classico del genere, in esso appare evidente la confusione tra legale ed illegale. Dovendo ricercare l'assassino, lo Stato trova aiuto nella mafia; é il capomafia che trova e consegna al pretore chi ha infranto la legge. Non é lo Stato che persegue la mafia, ma " l'uomo d'onore " comprendendo che la sua legge non è più necessaria, si mette da parte, e delega l'istituzione ad amministrare la giustizia. Mafia e Stato sono, dunque collocati sullo stesso piano, legati da un rapporto enigmatico, ma è proprio la confusione di ruoli che alimenta quella cultura mafiosa che ha permesso alla mafia di radicarsi con successo. Non può e non deve esserci compromesso tra due valori così opposti.
Altri film, semplificando e generalizzando, descrivono la mafia come un aspetto della
cultura siciliana: accanto al mare, all'Etna, ai canti popolari, ai costumi dei canterini, c'è la mafia. L'accostamento mafia e folklore non solo banalizza un grave problema ma conferisce un aspetto ingenuo ad un mostro sanguinario, impedendo di scoprirne il vero volto.
La vera realtà siciliana è raffigurata nel film " Salvatore Giuliano " girato da Francesco Rosi nel 1961.Erano passati quattordici anni dalla tragedia di Portella delle Ginestra e molti dei contadini accorsi da Piana dei Greci, Sancipirrello, San Giuseppe Jato, per assistere alle riprese, avevano vissuto personalmente i fatti. Essi si riconobbero nei personaggi e si immedesimarono nelle vicende narrate a tal punto che quando partirono i finti spari dalle colline circostanti si terrorizzarono, scappando impazziti. Al regista fu riconosciuto il merito di aver delineato con chiarezza l'interazione tra arretratezza economica, potere politico e violenza criminale, ma fu mossa l'accusa di aver descritto con troppa simpatia il bandito.La figura di Giuliano, in verità, lascia perplessi ed i chiaroscuri sembrano fatti apposta per perpetuare il mito, sottovalutandone le responsabilità. Il regista si difese da queste accuse sostenendo che voleva solo suscitare curiosità e spingere ad approfondire la conoscenza degli avvenimenti.
Finalmente nel '70 apparve " Il sasso in bocca " un film di Giuseppe Ferrara che mostrava una corretta e completa analisi, evidenziando sia le interconnessioni tra realtà economica, politica e sociale sia le articolazioni tra criminalità insulare e disegni internazionali. La mafia è rappresentata in tutta la sua poliedricità.
Negli ultimi anni il cinema ha fatto della mafia uno spettacolo di massa, la trilogia
" Il Padrino " ne è una testimonianza.In questa saga, la famiglia è descritta in modo
benevolo e il capo Don Vito Corleone appare come un patriarca d'altri tempi, feroce, ma a modo suo generoso. Anche la televisione, quale mass media più diffuso, si è appropriata del filone presentando la serie " La piovra ". Un profondo pessimismo aleggia in questi film perché il male e l'illegalità sembrano trionfare, lo spettatore impotente e rassegnato sembra chiedersi: " Se tutto è mafia, non resta nulla da fare! "
Lo scrittore Puzo che col suo romanzo ha dato lo spunto per il primo film " Il Padrino ", ha promesso che nel suo prossimo libro farà sparire la mafia per sempre, speriamo che le sue parole siano profetiche ...
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