Riflessioni

Mafia oltre

bullet1.gif (122 byte)Un problema d'altri

bullet1.gif (122 byte)Identikit del mafioso

bullet1.gif (122 byte)Le donne quando c'è la mafia


Mafia cos'è?

bullet1.gif (122 byte)Mafia è

bullet1.gif (122 byte)Tra continuità e trasformazione

bullet1.gif (122 byte)La mafia nel tempo

Mafia oggi

bullet1.gif (122 byte)L'economia mafiosa

bullet1.gif (122 byte)I predoni dell'ambiente

  LA MAFIA SI ALIMENTA DELLO STATO.....E QUANTO PIU' LE ISTITUZIONI FARANNO MARCIA INDIETRO, TANTO PIU' AUMENTERA' IL POTERE DELL'ORGANIZZAZIONE.... G.FALCONE

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Mafia oltre

Un problema d'altri

Secondo un diffuso stereotipo la mafia è "un problema di altri"; la rassicurante affermazione determina una norma di comportamento che si può sintetizzare nella formula: chi sta in disparte evita guai.

Questo modo di pensare, incentrato sulla prudenza, trova conferma in molti proverbi siciliani: "Cu è surdu, orbu, e taci, campa cent'anni 'npaci " e nelle vicende di mafia riportate dai mass media, nelle quali i protagonisti sono mafiosi che combattono tra loro per il predominio sul "territorio" o "uomini comuni" che, abbandonata la via della saggezza, si sono fatti coinvolgere in oscure vicende;.

La riflessione sul fenomeno mafioso, evidenzia, invece, una realtà più pericolosa in quanto la mafia è nemica mortale della democrazia.

Essa per sue caratteristiche e per le armi di cui si serve (violenza, sopraffazione, morte...) cerca di dominare su tutta la società civile, producendo effetti negativi sulla qualità della vita di tutti i cittadini. Il potere mafioso affonda le proprie radici nella quotidianità;; e provoca una continua aggressione ai diritti ed alla libertà di tutti; l'accettazione rassegnata del sopruso, trasforma uomini liberi in servi, cittadini in sudditi. E', dunque, dovere di tutti opporsi ed organizzare forme di "resistenza civile" contro il nemico. La lotta si presenta difficile perchè il fenomeno mafioso non rivela chiaramente il suo rivoltante aspetto nè le connessioni tra i vari elementi che lo compongono. Per lungo tempo stereotipi, credenze popolari, cinema e stampa hanno banalizzato il problema o mascherato il vero volto suggestionando l'immaginario collettivo.

Per costruire " il mondo che verrà "migliore dell'attuale, il cammino è lungo e faticoso, occorre non solo acquisire un'informazione completa ed approfondita che superi le apparenze e le semplificazioni, ma anche cambiare atteggiamenti e consuetudini, spesso impregnati di "mentalità mafiosa ".

Il consolidamento dei principi di partecipazione, impegno, responsabilità, che è alla base della convivenza democratica, rappresenta l'arma vincente nella lotta contro la mafia.

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Identikit del mafioso

 

Per tanto tempo letteratura e cinema hanno presentato il mafioso secondo uno schema fisso: semianalfabeta, fucile in spalla, abbronzato, scuro di capelli, lunghe basette, sempre presenti giacca di velluto, stivaloni e "coppola ".

Oggi nessun mafioso si riconoscerebbe in questa descrizione che appartiene solamente al mondo del folklore.

La lupara, il famoso fucile a canne mozze, è passata di moda, si preferiscono armi più moderne e precise, talvolta esplosivi.

Tranne casi spettacolari, il metodo più usato per l'eliminazione fisica dell'avversario è "la lupara bianca" che non lascia tracce di cadaveri e di sangue.

Il cinema, in contrapposizione con la realtà insiste, invece, sulle uccisioni cruente e plateali, alimentando fantasie.

Nell'abbigliamento non si differenzia dagli altri, anzi i mass media mostrano i mafiosi vestiti in modo elegante e ricercato.

Non é possibile dunque, costruire l'identikit del mafioso attraverso l'osservazione e l'esame del suo aspetto fisico e del suo modo di vestire. La sua estrazione sociale é varia, può appartenere tanto agli strati più svantaggiati quanto agli strati intermedi ed alti. Neanche l'analisi della sua preparazione culturale permette una discriminazione, il mafioso può essere semianalfabeta, ma anche intellettuale e tecnico pienamente inserito nel mondo contemporaneo complesso e tecnologico.

Nella seconda metà del secolo scorso acquistò fama la scuola criminologica, secondo i seguaci dell'antropologia criminale, nei tratti somatici sono presenti le caratteristiche del mafioso" Egli é un essere inferiore selvaggio, violento, povero intellettualmente e moralmente. Il ricorso alla violenza è in lui un residuo di cannibalismo" (G. Alongi)

Tante sono state le critiche contro questa tesi, ma la semplice riflessione sulla longevità del fenomeno mafioso smentisce le affermazioni precedenti, infatti nasce spontanea la domanda: " Come mai non sono stati ancora trovati i mezzi e gli strumenti per sconfiggere questi esseri inferiori?"

In verità per individuare gli attributi del mafioso, non occorre sapere "chi è il mafioso", ma contestualizzarlo all'interno dell'organizzazione alla quale ha prestato giuramento, conoscere "cosa fa", capire che cosa lo caratterizza rispetto al comune criminale.

Il mafioso non è un individuo isolato, ma membro di un'organizzazione dalla quale trae la sua forza.

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La gazza ladra

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Le donne quando c'è la mafia

 

Un antico stereotipo afferma che la mafia non uccide le donne ed i bambini, ma un lungo e triste elenco dimostra che nel mondo mafioso la donna non gode di incolumità.

Il suo ruolo nella violenta società non è chiaro. Secondo alcuni, l'angelo del focolare diventa un'Erinni assetata di sangue, quando un congiunto è ucciso. Essa piangente e disperata giura che non avrà pace finché vendetta non sarà fatta.

Poiché negli ultimi anni numerose donne hanno operato una rottura nei confronti del dominio mafioso, in antitesi allo "stereotipo delle Erinni", si è diffuso lo "stereotipo delle donne Eumenidi": colei che dà la vita è per natura in antitesi con l'industria della morte! In verità il mutamento dei rapporti tra donna e la mafia rispecchia il cambiamento di mentalità e di atteggiamenti avvenuto nella società in seguito alla lotta per l'emancipazione. Risvegliate dal torpore del passato hanno assunto un ruolo attivo e, pur nella diversità delle scelte operate, rivendicano un maggiore impegno. I mass media sempre più spesso riportano i nomi di donne che hanno assunto all'interno dell'organizzazione un ruolo di primo piano in sostituzione degli uomini di casa rinchiusi in carcere. Nello stesso tempo è aumentato il numero di donne impegnate sul fronte della lotta contro la mafia, esse, rotto il muro dell'omertà, hanno iniziato a collaborare con la giustizia. Alcune hanno scelto questa via solo per una forma di vendetta, ma altre hanno deciso di rischiare la propria vita per cambiare la società ed assicurare ai figli un futuro diverso. Il comportamento coraggioso di queste donne doveva attirare la solidarietà e la simpatia di tutti, invece la vita di alcune protagoniste di storie di antimafia testimonia che per premio hanno ricevuto soltanto isolamento ed emarginazione. "Era megghiu ca si facivano i fatti loro?"

 

 

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Mafia cos'è

 

Mafia è

L'origine della parola "mafia" è incerta, forse la sua provenienza risale al dialetto, infatti, nel 1860 nel gergo popolaresco del rione palermitano, il Borgo, con tale termine si indicava la spavalderia; è possibile, però, cogliere affinità con parole arabe: mahfal (adunanza di più persone), mohafi (amico).

Il primo vocabolario siciliano che registra questa parola è quello pubblicato nel 1868, ma già nel 1863, gli scrittori Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca avevano intitolato: "I mafiosi di la Vicaria di Palermo" un dramma folcloristico dialettale.

Accantonato il problema della definizione della parola, si presenta l'interrogativo

"Che cos'é la mafia?"

Il punto di riferimento per quanti si interessano di questo fenomeno è l'interpretazione proposta da Franchetti e S. Sonnino a seguito dell'inchiesta parlamentare del 1875, nella quale sono messe in luce alcune caratteristiche del fenomeno, valide ancora.

Si osserva che la mafia è formata da un insieme di persone che, senza curarsi del rispetto della legge, tende ad un unico fine: il reciproco interesse. Il successo delle varie iniziative é garantito dall'ambiguità dello Stato unitario nei confronti dei cittadini per cui una parte poteva commettere prepotenze e soprusi a danno degli altri. La legge non era uguale per tutti!

Altri studiosi hanno espresso opinioni meno oggettive essendo le loro analisi condizionate da pregiudizi oppure da un amore smisurato per la Sicilia.

Giuseppe Pitrè, studioso dei costumi e delle tradizioni siciliane, associava la mafia a qualità positive quali "la bellezza " e " la superiorità " e giudicava il mafioso un uomo "creanzato e rispettoso". Nel romanzo "I mafiosi" Leonardo Sciascia, tramite un personaggio, afferma che per il popolo siciliano la mafia è fierezza e senso dell'onore.

Carlo Levi nel libro " I>Le parole sono pietre" accusa lo Stato di aver permesso che la mafia lo sostituisse imponendo le sue leggi.

Fino a qualche anno fa qualcuno affermava convinto: "La mafia non esiste!", al massimo è una filosofia di vita, un particolare codice morale tipico dei siciliani, in antitesi altri (Denis Mack Smith, G. Falzone...) concludevano i loro studi affermando che tutti i siciliani sono mafiosi.

Secondo il giudice Falcone, la mafia non solo esiste, ma è estremamente pericolosa in quanto organizzazione estremamente duttile,capace di trasformarsi al mutare della situazione di fondo.

Essa non agisce in antitesi con lo Stato, ma piuttosto forma un'organizzazione parallela che, agendo nell'illegalità, approfitta delle storture dello sviluppo economico.

Molte, le risposte all'interrogativo iniziale: la mafia è associazione segreta, antistato, subcultura, mentalità ,patologia legata al contesto sociale, impresa finalizzata all'arricchimento... Alcune delle ipotesi proposte ricalcano stereotipi ed appaiono più uno strumento di depistaggio che di conoscenza.

In effetti, il fenomeno mafioso è simile ad un prisma a molte facce, presentando aspetti criminali, sociali, economici, politici, culturali. In esso tutte le varie componenti sono legate da un rapporto di interazione per cui isolare un aspetto, oppure, attribuirgli una prevalenza sugli altri, é fuorviante perché semplifica il problema impedendo di risalire all'essenza della mafia.

Secondo Umberto Santino, fondatore del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, per capire un fenomeno complesso come quello indagato, occorre utilizzare non una metodologia fondata sull'alternativa, ossia "sull'aut, aut", ma una metodologia associazionistica che si poggia "sull'et, et".

Un'ultima domanda, prima di concludere: "La mafia è ... criminalità comune?"

Senza dubbio la mafia è attività criminale, ma non per questo può essere confusa con altre forme di criminalità che violano il " diritto ", o che lottano contro lo Stato per prenderne il posto. Essa non vuole mutare il sistema, ma starci dentro

 

 

 

 

cercando di ricavarne profitto, tranne rare eccezioni, non sfida apertamente la legge, piuttosto cerca di aggirarla, di servirsene abilmente. A differenza delle altre forme di criminalità, intrattiene con lo Stato un rapporto dualistico, essa per le sue attività economiche si colloca "dentro e con lo Stato" , sfruttando istituzioni e ruoli politici; è invece, "fuori e contro lo Stato" perché in opposizione alla legge, ha elaborato un suo codice penale ed una forma di giustizia alla quale ricorre . Il mafioso quando subisce un torto si fa giustizia da sé, mai si rivolgerebbe alle autorità competenti.

 

 

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La mafia nel tempo

 

Il fenomeno mafioso nacque in una zona compresa tra le province di Palermo, Caltanissetta, Agrigento, Trapani. Sua culla fu il feudo.

L'osservazione e l'analisi nel tempo della mafia dimostra il suo radicarsi sempre più in profondità all'interno della società ed il suo ramificarsi nel territorio.

Dapprima dalla Sicilia occidentale si estese a tutta l'isola, poi varcato lo stretto, alcuni mafiosi conquistarono la penisola, i più intrepidi sbarcarono in America; esordì nelle campagne, ma non vi restò confinato a lungo, infatti dopo l'unità d'Italia; penetrò nel mondo politico consolidando il suo potere. Dal dopoguerra ad oggi ha accresciuto la sua sfera di interessi rivelando tutta la sua forza prorompente .

 

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Le origini

La Sicilia fu per lungo tempo divisa in vaste unità agrarie: il feudo.

All'interno di esso, il proprietario godeva di un grande prestigio, nessuno poteva ostacolarlo, nemmeno il re che lontano non amministrava, ma si accontentava di riscuotere. Poichè, il nobile riteneva degradante il lavoro, viveva nell'ozio.

Si occupava dell'amministrazione del feudo e dei rapporti con i contadini il campiere. Quest'uomo, di estrazione contadina, era la guardia armata del proprietario e la violenza era la sua arma. Egli aveva conquistato la sua posizione perché sapeva farsi rispettare da tutti: briganti, ladri, contadini. Con questi ultimi era particolarmente inflessibile e reprimeva duramente le rivendicazioni contadine.

I contadini erano sfruttati, alcuni spinti dalla fame e dalla miseria si ribellavano e diventavano briganti.

Quando i signori abbandonarono le campagne e si ritirarono in città, affittarono i loro vasti territori in cambio di una "gabella".

Il gabelloto, divenuto proprietario, cercò di ricavare guadagni sempre più alti, ottenne ciò non introducendo nelle campagne innovazioni tecniche o culture più razionali, ma usando l'unico metodo che conosceva: la violenza e lo sfruttamento dei contadini. Furono assunte guardie private col compito di vigilare sui contadini e di risolvere con metodi sbrigativi i problemi che si presentavano.

Nelle campagne dominava la violenza e la paura! Sotto i Borboni si fronteggiavano tre "eserciti": briganti, gabelloti, compagnie d'armi.

I rappresentanti della legge difendevano gli interessi dei ricchi o venivano a patti con i più facinorosi. L'assenza o la complicità dello Stato diffuse la diffidenza nei suoi confronti, "alcuni" si assunsero l'onere di mantenere l'ordine e di regolare i rapporti sociali, attuando una giustizia immediata, ma sempre rispondente ai loro interessi privati.

Pian piano, si affermò il codice mafioso fondato sull'omertà e sul rispetto: la legge dello Stato non serve, la vera legge è quella degli amici. Di fronte al magistrato, rappresentante dello Stato, bisogna stare zitti. I problemi si risolvono in famiglia.

Col consenso di tutti era nata la mafia, una minoranza di persone, sfruttando l'ignoranza e la miseria, riuscirà a coprire con un "nero mantello" l'intera vita civile.

E... lo Stato?

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La mafia dopo l'unità

 

Formatosi il Regno d'Italia, i grandi proprietari terrieri appoggiarono lo Stato per difendere i loro possedimenti. Nelle campagne, dopo il breve sogno di ottenere una riforma agraria e una ridistribuzione di terre, tutto rimase immutato.

In questa situazione stagnante, la mafia consolidò il suo potere.

Usando le armi di sempre: violenza ed intimidazione si infiltrò nella politica. Grazie ai particolari metodi di persuasione, i candidati della mafia ottenevano sempre il consenso elettorale mentre gli avversari politici erano messi a tacere. La corruzione ed il clientelismo erano diffusi in ogni settore: economico, politico, giudiziario.

Lo Stato non poteva e spesso non voleva esercitare il potere reale, alcuni governi (Crispi, Giolitti ...) vennero a patti con la mafia ed in cambio di voti la protessero. Di fronte al dilagare dell'illegalità furono promosse inchieste e controlli, ma dopo il polverone iniziale tutto restava come prima e la mafia non solo rafforzò, ma estese la sua influenza anche alla Sicilia orientale

Tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 aumentarono i delitti, coloro che intralciavano il trionfante cammino della mafia venivano eliminati. Questa sorte toccò nel 1893 al marchese Notarbartolo e nel 1909 al tenente italo - americano Petrosino.

L'avvento del fascismo sembrò frenare la potenza della mafia ed essa dovette imparare a difendersi perché il regime intraprese una dura lotta, affidando al prefetto Mori l'incarico di coordinare le operazioni. Egli in breve tempo svolse con successo la sua missione costringendo molti affiliati ad arrendersi. Molti si convinsero che la mafia era stata colpita duramente e che agonizzante era prossima alla morte. In verità la repressione colpì soltanto "la bassa mafia", ma non sfiorò "l'alta mafia", gli uomini più in vista, da bravi camaleonti, si erano adattati agli eventi, abbracciando con entusiasmo il fascismo.

La mafia non fu, dunque, distrutta, ma nascosta nell'ombra aspettava l'occasione propizia per tornare alla luce, pronta a mostrare il suo vigore

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La mafia dal dopoguerra ad oggi

L'occasione favorevole per uscire allo scoperto si presentò con lo sbarco degli americani in Sicilia, questi per limitare il più possibile le perdite di uomini chiesero aiuto ai mafiosi italo - americani e siciliani. I capi mafia capirono che avevano tutto da guadagnare e si misero immediatamente a disposizione, Lucky Luciano negli Stati Uniti e Calò Vizzini in Sicilia furono gli uomini di punta dell'operazione. I mafiosi non solo fornirono dettagliate informazioni agli anglo-americani, ma avvenuto lo sbarco si preoccuparono di tenere sotto controllo i luoghi dove le truppe alleate dovevano passare.

Essi che durante il fascismo erano rimasti nascosti, ricomparvero trionfanti al seguito delle truppe americane. Lucky Luciano che si trovava in carcere, venne scarcerato per i suoi meriti patriottici, Calogero Vizzini, sospettato di 51 omicidi, entrò in politica e divenne sindaco, il boss Vito Genovese (il don Vito Corleone del film "Il Padrino"), che aveva lavorato come interprete per gli alleati, alla fine della guerra tornò negli Stati Uniti senza andare in galera, molti esponenti mafiosi furono eletti sindaci ed assessori.

Intanto, una grave crisi politica e sociale regnava in Sicilia, la spaventosa miseria e lo sfruttamento alimentarono il brigantaggio e la diffusione del movimento separatista guidato da Andrea Finocchiaro Aprile. Il movimento si proponeva di rendere la Sicilia indipendente dall'Italia, ritenuta responsabile dei mali dell'isola. Per la lotta armata fu creato un esercito l'E.V.I.S (Esercito Volontari Indipendenza Siciliana) ed il bandito Salvatore Giuliano fu nominato colonnello.

La mafia pensando di ricavarne vantaggi si schierò a favore dei separatisti, ma fu una breve parentesi, ben presto si rese conto che era meglio stare a fianco dei partiti di governo perché la concessione dello statuto regionale (1946) apriva nuove possibilità di arricchimento.

Nel 1950 il governo De Gasperi istituì la Cassa per il Mezzogiorno allo scopo di favorire lo sviluppo dell'isola. Furono inviati miliardi e miliardi per costruire strade, scuole, dighe, acquedotti ... furono concessi prestiti vantaggiosi agli imprenditori che avessero impiantato industrie nel Sud, tutto ciò nella speranza di modernizzare l'isola e farla uscire dalla secolare arretratezza, invece, i fondi vennero sprecati per opere pubbliche inutili. Molti mafiosi, divenuti costruttori, si appropriarono di una grossa fetta di quel denaro, grazie a gare d'appalto truccate e da quel momento la spesa pubblica divenne per tutti loro una fonte di reddito molto consistente.

La mafia nel dopoguerra divenne ricca e potente consolidò i rapporti col mondo politico sia a livello regionale che nazionale ed in cambio di solidi appoggi procurava voti ai partiti di governo.

Tra la fine degli anni cinquanta e gli inizi degli anni sessanta il " miracolo economico " cambiò profondamente il panorama, messi da parte i valori della società contadina gli italiani abbracciarono il consumismo. I mafiosi più intraprendenti volevano approfittare del dinamismo economico e sociale per allargare l'orizzonte delle attività, di fronte alle perplessità dei vecchi capi scoppiò la guerra tra vecchia e nuova mafia.

Prevalse la nuova mafia che si era formata attorno ai "boss" espulsi dall'America, essa, usando i metodi sbrigativi praticati dai gangster, estese i propri affari a nuove attività: contrabbando di sigarette, speculazione edilizia, traffico di droga. Quest'ultimo in breve tempo procurò grossi guadagni. Il boss mafioso Antonino Calderone confessò: "Diventammo tutti milionari. All'improvviso, in un paio d'anni. Grazie alla droga"

Per impadronirsi di questo lucroso trafficò, intorno agli anni Ottanta scoppiò una feroce guerra tra i Corleonesi capeggiati da Reina e le famiglie di Palermo guidate dagli Inzerillo e Bontade. Vinsero i primi ed i clan rivali che non furono eliminati dovettero subire il dominio dei vincenti.

La cruenta guerra suscitò allarme tra giornalisti, magistrati, politici, che, pur isolati, iniziarono una lunga lotta contro la mafia. Molti di loro furono assassinati, ma il loro sacrificio non fu inutile perché le coscienze si risvegliarono ed in tanti compresero la pericolosità del fenomeno mafioso per tanto tempo sottovalutato e scambiato per una questione d'ordine pubblico, limitato geograficamente alla sola Sicilia.

I delitti sempre più numerosi ed efferati cambiarono la mentalità della popolazione meridionale che, rotti gli schemi tradizionali fondati sul pessimismo e sul fatalismo, ha cominciato a reagire ad alta voce e senza paura contro una "cultura" potenzialmente complice, lasciando sperare che in futuro la mafia verrà finalmente annientata.

Lo scrittore Puzo, ispiratore con il suo romanzo del film "Il Padrino", ha recentemente dichiarato in un'intervista che nel suo prossimo libro farà sparire la mafia per sempre; speriamo che le sue parole siano un augurio per la società civile.

 

 

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Tra continuità e trasformazione

Non esiste un atto di nascita del fenomeno mafioso. Sul luogo, invece, non ci sono dubbi: il feudo. La sua longevità lascia sbigottiti.

Questa gran capacità di sopravvivenza trae origine da un continuo adattamento ai cambiamenti. L'intreccio di continuità e di trasformazione, di aspetti arcaici come la signoria territoriale e di aspetti modernissimi come le attività finanziarie, hanno permesso di consolidare la sua forza e la sua potenza. Senza "... questa contaminazione, i mafiosi ... sarebbero ... come gli esemplari di una specie in estinzione". ( Santino) Dopo un lungo periodo di incubazione, in cui più che di mafia vera e propria può parlarsi di fenomeni premafiosi (abigeati, sequestri di persona, riscossione di pizzi...), essa prese corpo e precisò le sue caratteristiche intorno all'Ottocento, quando si formò una piccola borghesia rurale.

In questa fase agraria che arriva agli anni '50 del XX secolo, il mafioso si inserì non con il lavoro ed iniziative produttive, ma con l'uso della violenza. Egli si appropriò del ruolo di "mediatore" nei rapporti tra proprietari e contadini ed in tutte le questioni di compravendita. Intorno agli anni '60 iniziò la fase urbano-imprenditoriale intendendo con ciò, non il trasferimento dei gruppi mafiosi dalla campagna nelle città, quanto l'inserimento in una più ricca e articolata realtà economica, politica ed amministrativa.

In città si sviluppò la figura del mafioso - imprenditore grazie agli appalti di opere pubbliche ed all'appropriazione di denaro pubblico.

Dagli anni 70 ad oggi si parla di fase finanziaria, l'accumulazione di capitale illegale ha assunto proporzioni mai toccate in precedenza. La mafia é diventata multinazionale del crimine.

 

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Mafia oggi

 

I predoni dell'ambiente

La mafia, pur non avendo una particolare predisposizione antiecologica, ha compreso che il business ambiente permette affari d'oro e per sfruttare al massimo l 'affare si è associata con camorra, 'ndrangheta così da imporre dappertutto le stesse regole ed aumentare ancora di più il volume di denaro circolante.

Abbandonata la lupara, divenuti imprenditori, uomini senza scrupoli, si sono inseriti in un processo economico a ciclo continuo. I Con ruspe abusive scavano cave nel terreno, ottenendo materiale per l'edilizia (ghiaia, sabbia, pietrisco), poi riempiono le voragini con migliaia di tonnellate di rifiuti, quando le ferite sono tutte otturate ci costruiscono sopra abusivamente ed infine riciclano il denaro sporco.

Lavoratori instancabili, tutto riciclano e niente sprecano! I diversi business ambientali: appalti, rifiuti, attività estrattive, si saldano nelle loro mani.

Legambiente alla fine del 1994 ha coniato il neologismo "ecomafia" per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica contro questi "ladri del futuro".

Essi mai sazi di guadagno, accelerano la distruzione ambientale e provocano danni irreparabili, anche ai beni culturali.

Poiché nel Codice Penale italiano non sono inclusi reati ambientali, chi commette crimini di questo tipo rischia solamente sanzioni amministrative...

 

 

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L'economia mafiosa

 

Nel  primo dopoguerra la mafia aveva ancora una forte impronta rurale.

Controllava l'acqua, la terra..., ma trasformatosi l'habitat essa iniziò un processo di adattamento, inserendosi in nuove attività (settore dell'edilizia, appalti) legate allo sviluppo urbano.

Negli ultimi quaranta anni è avvenuto un importante cambiamento: il passaggio da un ruolo passivo di mediazione ad un ruolo attivo di accumulazione. All'accumulazione basata su attività improduttive (tangenti,sequestri, imposizione di guardianie...) a totale carico del sistema "economico sano", si è aggiunta un'attività imprenditoriale e manageriale. Gli enormi proventi delle attività illegali, in particolare del traffico degli stupefacenti, vengono investiti in attività legali (edilizia trasporti, materiali da costruzione, commercio...), consentendo così il riciclaggio di questo "denaro senza nome" ed ulteriori guadagni.

La mafia si è insinuata nell'economia attraverso il controllo degli appalti e degli esercizi commerciali. La confcommercio ha indicato con allarme che tre strutture commerciali su dieci sono gestite da persone o società di comodo ,collegate in qualche modo al mondo criminale.

La crescita delle imprese mafiose non è avvenuta in concomitanza ad un parallelo sviluppo delle imprese preesistenti, ma attraverso un processo di sostituzione delle prime alle seconde. I piccoli negozianti vengono a poco a poco allontanati dalle attività, per cui strangolato il commercio "pulito" comandano soldi ed uomini "sporchi" Il generale Dalla Chiesa poco prima di essere ucciso lanciò pesanti accuse contro l'imprenditoria siciliana sostenendo tra essa e il sistema mafioso.

Oggi il volume d'affari è tale che magistrati e studiosi per indicare i traffici della mafia parlano di multinazionale oppure di holding del crimine. Questo exploit è divenuto possibile grazie al circuito perverso che lega le due facce dell'accumulazione del capitale, legale ed illegale.

Supporto indispensabile per tutte le operazioni finanziarie è il sistema bancario che, pertanto, è ritenuto da molti responsabile.

 

 

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